Dal Pian di Cea al monte Dosaip e rientro attraversando il Canal Piccolo di Meduna

Grave da Giere

Redattore Ivan Ursella

L’idea di quest’escursione era nata dopo un breve scambio di messaggi con Roberto, erano uscite altre mete ma l’attenzione prevaleva sul Dosaip, soprattutto in me, perché avrei avuto l’occasione di riattraversare tutto il Canal Piccolo di Meduna fino al lago del Ciul. Mi premeva attraversare il selvaggio Canal Piccolo assieme a Roberto, perché volevo lo vedesse e soprattutto volevo sentire il suo stupore nell’attraversare quelle zone impervie e dimenticate. Roberto accettò senza remore questa mia proposta, cavoli pensavo che gran giro questa volta, partire da Lesis salire sul monte Dosaip e scendere al lago del Ciul, tutto in una giornata. Adesso che avevo il sì del compagno di escursione, non mi restava che organizzare le auto per gli spostamenti, così venerdì sera mi feci accompagnare al lago del Ciul, lasciando la mia auto poco dopo l’uscita della seconda angusta galleria e poco prima della diga. Prima delle  cinque Roberto era sul cancello di casa mia, Maya, Stella e Full i miei tre cani lo accolsero scodinzolando, ormai lo riconoscevano e sapevano che abbaiare sarebbe stato inutile. Caricati scarponi e zaino siamo partiti alla volta di Claut nella Val Cellina, arrivati nei pressi di Pinzano tantissimi merli maschi erano indaffarati nella ricerca di cibo da portare ognuno nel proprio nido, sicuramente ad attenderli c’erano dei famelici e insaziabili piccoli merletti. L’attimo era accompagnato dal loro sublime e melodico canto tanto che ci indusse ad aprire i finestrini, io e Roberto eravamo per metà ancora seduti sul braccio di Morfeo e questo dolce canto rendeva difficoltoso lo stacco dal poderoso abbraccio del sonno mattutino. Raggiunto e attraversato Claut, siamo arrivati a Lesis e continuato fino al parcheggio al Pian de Cea dove abbiamo parcheggiato. Nel parcheggio non c’era nessuno, eravamo i primi della giornata, una bella atmosfera di silenzio e solitudine ci abbracciava e ci faceva sentire la sua presenza. Un timido sole di tanto in tanto usciva, facendosi vedere spostando lievemente le sue bianche coperte. Nel tardo pomeriggio avevano previsto temporali, dovevamo muoverci, il temporale non avrebbe dovuto sorprenderci se non nel Canal Piccolo, se ci avesse sorpreso prima, sarebbe stato  troppo rischioso per via della ripida morfologia del terreno. Dal pian di Cea siamo entrati nel letto del torrente in secca prendendo il sentiero CAI 376, guidati da sparuti omini abbiamo continuato a risalire per qualche chilometro attraversando le Grave di Giere e approdare dopo altri svariati chilometri alla bellissimo ricovero casera Podestine.

Una sosta nella bellissima casera era d’obbligo, restaurata con cura e con tutto quello che potrebbe servire per un bivacco, io e Roberto sull’uscio guardavamo il tragitto in mezzo al torrente appena compiuto, guardavamo i sassi, piccoli, grandi e ancora più grandi, tutti fatti rotolare giù a valle dalla forza dell’acqua. Eravamo attorniati da stupende cime che però le nuvole probabilmente gelose della loro bellezza, cercavano di nasconderle alla nostra vista, regalandoci così dei scenari surreali e incantati. 

Ripreso il commino, qualche minuto dopo abbiamo abbandonato il sentiero 376 diretto alla forcella delle Pregoane, per prendere a destra il sentiero 398, qui un escursionista solitario, Michele el Nini di Tramonti di Sopra, ci raggiuse e dopo sentita la nostra intenzione di salire sul Dosaip, si unì a noi rallegrando la comitiva. Il sentiero ci fece salire ripidamente un bel bosco di faggio, per poi attraversare un piacevole pianoro boscato dove in un angolo alla nostra sinistra si intravedevano gli ormai esili resti della casera Parùt.

In breve tempo eravamo usciti dal bosco, adesso ci toccava attraversare svariati canali di scolo, qualcuno con acqua, qualcuno asciutto, qualcuno ripido e friabile, sempre e comunque in un ambiente selvaggio ma pieno di fascino.

Stavamo transitando alla base delle Caserine Basse, alzavamo spesso la testa con riverenza per scrutarne la sua frastagliata cresta. Il sentiero ben marcato e segnalato, ci condusse al ripiano dove un po’ più in basso sorgeva la minuscola ma bellissima Casera di Caserata.

Roberto correva da un fiore all’altro, da un giglio all’altro con la macchina fotografica in mano, i colori dei fiori punteggiavano il verde del prato di tutte le tonalità e un profumo intenso dava un tocco magico a questa stupenda opera d’arte della natura. Il sole in alto irradiava i suoi raggi caldi verso di noi, posandosi dolcemente sulle piante facendole sussultare e sciogliersi in un turbinio di colori e di profumi che ci avvolgevano donandoci gioia e tranquillità.

Un attimo di pace si era impadronito di noi, obbligandoci a una pausa per assaporare il tutto caricandoci di energia positiva. Ripartiti verso la vicina forcella di Caserata, il sentiero non più ufficiale per il Dosaip partiva sulla destra, dei provvidenziali bolli rossi ben disposti qua e là sugli alberi, ci guidarono in salita ad attraversare un altro bel bosco, facendoci poi uscire nei pressi di un umida selletta, dove sulla sinistra stavano adagiati in rassegnato silenzio i resti della casera Dosaip. 

resti Casera Dosaip

In questa zona regnavano piante a foglia larga alte 60/ 70 centimetri, ben presto ci eravamo ritrovati madidi d’acqua fin sopra le ginocchia, dovevamo attraversare tutto il pianoro, dirigendoci verso l’alto parallelamente alla Costa de Pu sulla sinistra. Arrivati al punto più alto, non potevamo credere ai nostri occhi, eravamo sul bordo del Ciadin di Dosaip, da dove eravamo ci sembrava di essere sul bordo di un enorme cratere, tutti e tre eravamo senza parole di fronte a questo enorme catino racchiuso e protetto dalle cime circostanti.

Sul fondo dei camosci brucavano l’erba, qua e là chiazze di neve, poi fiori tantissimi fiori e sopra le cime a proteggere e racchiudere in un abbraccio questo giardino dell’eden. Abbiamo iniziato a scendere al suo interno non arrivando al fondo, ma attraversando il ripido pendio sulla sinistra cercando di rimanere in equilibrio e non scivolare verso il basso. Aggirato un alto roccione siamo entrati nel ripido canalino finale che a gradoni e roccette ci fece sbucare in cima.

Grande soddisfazione per entrambi, prima delle strette di mano, ci siamo guardati in torno da tutti i lati, la vista era rapita da grandi cime, quasi tutte decorate da delle basse nuvole che cercavano di occultarle. Michele el Nini ruppe il silenzio uscendosene con una perla di saggezza: “guardate qua in che magnifico posto viviamo”. Non serviva aggiungere altro, eravamo tutti e tre d’accordo su quest’affermazione. Per un attimo le nuvole si diradarono, permettendoci di scrutare la vertiginosa parete del Dosaip che sotto di noi cala a picco sul Canal Piccolo di Meduna. Dopo una bella sosta siamo ridiscesi ripercorrendo le tracce lasciate all’andata, non prima di aver dato un ultimo sguardo alle strane forme che assumevano le nuvole, sembravano delle matrone che ce la mettevano tutta per sfoggiare i loro vestiti e farsi notare. Attraversato con attenzione il pendio del ciadin e risalito il lato opposto, siamo scesi abbastanza velocemente ridendo e scherzando, fino in forcella di Caserata, qui  abbiamo salutato Michele che sarebbe rientrato dallo stesso sentiero di salita, per me e per Roberto invece era ancora lunga, dovevamo entrare e attraversare tutto il Canal Piccolo di Meduna e arrivare al lago del Ciul. L’ attraversata del Canal Piccolo, anche se la conoscevo per averla già percorsa in passato non mi deluse, anzi varie sorprese ci attendevano, ciuffi di rododendri fioriti che facevano da contorno a ciuffi di stelle alpine osservati dall’alto da dei magnifici raponzoli di roccia per esempio, oppure animali rimasti a bocca aperta nel vederci passare nei loro luoghi.

Una bella vipera passò tra le mie gambe e per salutarmi iniziò a fischiettare, che momenti magici. Questo era il Canal Piccolo di Meduna, un passo dopo l’altro e ancora un passo dopo l’altro ci avvicinavamo così alla fine della nostra escursione. Guardavo Roberto era sicuramente stanco anche lui, era da molte ore e da molti chilometri che camminavamo, però il suo sguardo colmo di stupore era illuminato da uno splendido sorriso, praticamente come si dice gli ridevano anche gli occhi, questo per me era il più bel regalo, averlo portato in questo luogo a me particolarmente caro e vederlo entusiasta e felice. Attraversata la diga, eravamo in vista dell’auto quando si alzò il vento, il cielo si chiuse ancora di più e un lampo incendiò il cielo, ci fu un attimo di silenzio, quel silenzio sinistro che precede la tempesta, poi dal cielo iniziarono a scendere delle grosse gocce d’acqua che ci consigliarono di correre all’auto, infine arrivò anche il tuono e…                                                                                                             

ATTENZIONE quest’escursione così come l’abbiamo fatta noi è molto lunga, un ottimo punto d’appoggio è il rifugio casera di Caserata, così da pensare di dividere in due giornate questo magnifico percorso.

Cartina Tabacco 021 e 028 

Una Giornata nel Canal Piccolo di Meduna

Escursione effettuata in data 27-03-2018 con Giovanni Degano

Ore sei del mattino, siamo già in auto con gli zaini nel bagagliaio, direzione val Tramontina, più precisamente lago del Ciul. Dopo le due piovose gallerie che collegano il lago di Selva con il lago del Ciul, parcheggiamo sulla diga e partiamo. Siamo pieni di entusiasmo perché un po’ immaginiamo cosa ci attende… In un attimo siamo  alla passerella sospesa sul  Canale Grande di Meduna, il mio amico è davanti a me sulla passerella, non si accorge che io cerco di farla oscillare e inizia a brontolare, imprecare e a reggersi sulle corde laterali, da dietro io come un ragazzino me la rido senza farmi sentire. Passati oltre svoltiamo a sinistra e iniziamo a salire ripidamente il bosco per poi scendere giù nei pressi dei ruderi del borgo Selis. Entriamo nel Canale Piccolo di Meduna, tra continui saliscendi arriviamo sulla cima del monte Collina Bassa, lo attraversiamo sfiorando una grande parete con varie stratificazioni rocciose di vari colori, tanto che alla base ci sembrava neve invece era roccia bianco candido. Scendiamo zigzagando il ripido pendio, il paesaggio  se non fosse per gli alberi parrebbe lunare. Continuiamo a scendere fino al rio del Clapon che scende dal Canale del Vuàr, e si innesta nel Meduna, qui la sosta è un obbligo, acqua da tutte le parti e da tutti i lati siamo circondati da aspre montagne, spicca tra tutte in lontananza il Dosaip con il suo mantello bianco, giriamo su noi stessi per ammirare quello che i nostri occhi possono catturare, è un luogo che pare incantato, probabilmente è la confluenza dei due rii che mescolandosi l’un l’altro creano un energia particolare dando qualcosa di speciale al luogo. Saltellando sui sassi raggiungiamo la  sponda opposta e in breve arriviamo sul bel pianoro di Pineit, un posto perfetto per le Agane, sicuramente lo utilizzano nelle notti di luna piena dove in cerchio si mettono a danzare e cantare. Oltrepassato anche questo ricominciamo a salire per arrivare a La Costa Pluma e Le Ponte. Da qui in poi si comincia ripidamente e senza soste a salire fino a una forcella, la salita’  è bella tosta, tutta un tiro e con tratti esposti, il terreno è scivoloso, causa la ripidezza, lo spessore di foglie che coprono quella minima parvenza di sentiero, è davvero un luogo selvaggio, anche l’erba vecchia, quella dell’estate passata ormai secca ci mette del suo per nasconderci la via più semplice per risalire. Mi fermo spesso a guardarmi in torno, siamo in mezzo alla natura, quella vera, quella natura che ti fa pensare:  “guardami ma attento a come ti muovi qui siamo soli io e te e tu non sei nessuno a confronto mio… Rispettami” Da molte ore il cellulare segna nessun servizio, questo non fa altro che aumentare la nostra attenzione. Mentre il mio amico è rimasto un po’ indietro scorgo tra i rovi a qualche metro da me due cervi, ci guardiamo, non so chi dei tre è più stupito se io o se loro due, probabilmente loro visto le scarse presenze umane in zona, di sicuro si saranno chiesti cosa ci facessi li, lentamente tolgo lo zaino devo prendere la macchina fotografica, “vi prego signori cervi fatevi fotografare, state fermi un attimo altrimenti nessuno mi crederà che ci siamo incontrati”. Ovviamente a questa mia richiesta i due si sono voltati dandomi le spalle e muovendo velocemente la coda in segno di saluto con quattro salti son spariti, lasciandomi a bocca aperta con la custodia tra le mani, che rabbia però, ma va bene così. Da qui in leggera discesa  attraversando numerosi ruscelli con acqua gelida si arriva alla base della forcella di Caserata. Il sole lascia spazio alle nuvole e a un po’ di foschia poi ritorna e tutto splende è una giornata un po’ così, un alternarsi tra foschia e sereno, meglio così, anche il tempo fa del suo per rendere magico e incantato questo posto. Pausa riflessiva sul da farsi, sono già molte ore che siamo in questa zona impervia, decidiamo a malincuore di ritornare indietro. Tutto bene fino alla ripida forcella, poi la discesa per il mio amico è tragicomica, ho perso il conto delle scivolate che ha fatto, in una è riuscito a piegare in due le bacchette, sarà brutto da dire ma mi spanciavo dalle risate. Questo per far capire quanto era ripido e impervio ma non pericoloso, in certi punti bisognava prestare molta attenzione, soprattutto negli esili traversi coperti dalla vegetazione. Finalmente arriviamo al rio del Clapon, noto un bel sasso quadrato e piatto, mi avvicino e magicamente dal mio zaino estraggo un tagliere, una pitina, due belle fette di polenta e una bottiglia di refosco, non contento da una scatola protettiva prendo due calici in vetro. “Tu sei matto mi dice, cosa vorresti fare adesso”. Gli spiego che per me è un gesto antico di quella valle e io lo voglio riproporre come se fosse un rito, ricordando così chi ci è vissuto e adesso se né andato… ” La polenta era sul tavolo ogni sera, se andava bene mezza pitina a testa e il vino se c’era”… Dopo esserci ben bene rifocillati ma soprattutto abbeverati, riprendiamo il cammino in salita, adesso sentiamo calore in corpo, andiamo su come treni non in velocità o forza però, ma sbuffando… forse sarà causa del vino? “Nooo non credo…” Passiamo di nuovo a fianco del piccolo borgo diroccato di Selis, che atmosfera triste… Oltrepassiamo la passerella, adesso siamo in piano, le salite sono finite e l’attenzione diminuisce, possiamo cosi parlare dell’avventura appena svolta. Siamo d’accordo tutti e due che è stata una giornata meravigliosa, pregna di emozioni, abbiamo calpestato una terra ormai purtroppo dimenticata, una terra di confine. Non tanti decenni fa animali e uomini vivevano assieme, adesso invece è tutto abbandonato forse sarà per questo che questi luoghi hanno un fascino particolare, solo sapere che erano abitati rende tutto più suggestivo e magico. Con questi pensieri, ormai al crepuscolo ci togliamo gli scarponi, saliamo in auto e Ringraziamo per questa selvaggia e meravigliosa giornata, puzziamo come due caproni (“beck ” in friulano) ma anche questo fa parte del gioco, ci sentiamo parte di questa natura, la percepiamo come una madre anziana  e benevola. Ci avviamo verso casa, con i polpacci che chiedono pietà e i muscoli delle gambe doloranti. Siamo felici per tutte le emozioni provate, ancora una volta la natura e la montagna ci hanno accolto tendendoci la mano e accompagnandoci nei loro segreti… Ci sentiamo fortunati ad aver avuto la possibilità di vivere queste emozioni in Val Tramontina, perché è straordinariamente selvatica e bella, ad ogni angolo può essere nascosta qualche sorpresa, ovviamente per gli occhi e il cuore che la sanno cogliere, è una valle tutta da scoprire e rispettare, perché la Val Tramontina è rock… Cartina Tabacco n’ 28 sentiero 398, circa 10 ore più o meno con soste…e refosco !

Redatto da Ivan Ursella

Link alle foto e l’articolo dell’ escursione al Canal Piccolo di Meduno le trovate qua

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