Monte Rombon da Bovec Plezzo: “non ti scordar di me”

redattore Ivan Ursella

Uscita fatta fatta il 14/07/19

Questo nome risuonava spesso nei discorsi tra me e Roberto,  soprattutto ultimamente nelle nostre varie incursioni nella natura nell’aria veleggiava il nome Rombon. La cosa saggia a questo punto era dare pace alla nostra curiosità salendo la cima di questo monte e cercare di capire cosa aveva da raccontarci. Le cinque del mattino era l’ora giusta per partire in direzione della Slovenia, varcato il confine, siamo scesi verso Bovec, qui in centro al paese dietro la chiesa abbiamo preso una stradina in direzione Zavrzelno, risalita la piccola stradicciola, abbiamo parcheggiato nei pressi di una abbeveratoio asciutto. Caricato sulle spalle il nostro materiale ci siamo avviati lungo il sentiero numero 3. Il sentiero ben segnalato, si stacca dalla strada impennandosi subito nel bosco e a strette svolte risale il pendio a sud, facendoci attraversare, zone rocciose e due belle placconate inclinate di calcare. Continuiamo a salire all’ombra di un fitto e bel bosco arrivando nel pianoro dove è situata il ricovero privato Goricica. Lungo il sentiero avevamo in vari pulpiti potuto ammirare un bellissimo panorama sulla piana di Bovec e su tutto il gruppo del Canin.

Ripreso il cammino siamo arrivati in un bel prato dove sulla sinistra ai margini del prato era posizionata una croce, mentre dall’ altro lato si trovava un enorme scogliera punteggiata in più punti da baraccamenti e ricoveri ormai ridotti a ruderi. Erano le prime testimonianze che incontravamo della Grande Guerra. Superato anche questo tratto siamo entrati in un’enorme dolina, dove anche qui si trovavano numerose opere militari e tra queste con nostro enorme stupore abbiamo individuato una tranquilla femmina di capriolo che continuava tranquillamente a brucare in nostra presenza.

Ma doveva succedere ancora una piccola cosa per farci rimanere a bocca aperta, ad un certo punto del pranzo, si è seduta di fronte a noi guardandoci con i suoi occhioni languidi. Era un attimo di estrema dolcezza dove anche il tempo si era fermato, io e Roberto non riuscivamo a proferire parola, ci specchiavamo in questi occhi saggiando il significato di essere liberi. Una dolina, dei ruderi di baraccamenti usati come alloggi, una femmina di capriolo, grotte naturali usate come riparo durante i bombardamenti, fiori, tanti fiori di tutti i colori e tanto filo spinato arrugginito di qua e di là. No, c’era qualcosa di incomprensibile, qualcosa di fuori luogo, l’unico al suo posto era la femmina di capriolo dagli occhi languidi, il resto era assurdo sia per me che per Roberto. Sembrerà strano, ma da questo punto in poi i nostri discorsi scemarono, non avevamo argomenti che potessero essere più importanti di un rispettoso silenzio. Abbandonata anche questa dolina e salutando la nostra nuova amica, abbiamo ricominciato a salire inoltrandoci alle pendici strapiombanti del monte Rombon risalendo un malagevole ripido ghiaione.

Continuamente su queste pareti rocciose si aprivano delle grotte naturali, usate e rese un pochino confortevoli da parte dei soldati.

Guardandomi attorno vedevo un paesaggio lunare, potevo solo immaginare anche se mi era difficile, le condizioni estreme di vita di chi utilizzava queste grotte e pertugi. Salendo abbiamo imboccato un ripido canalone che risalitolo faticosamente ci ha fatto sbucare su una piccola forcelletta, prendendo a destra un piccolo salto in facile arrampicata ci ha immesso di nuovo sul sentiero per la cima.

Da questo punto e fino alla cima eravamo accompagnati dal panorama su Bovec e su tutta la bassa friulana, laggiù in fondo il bagliore placido  del mare, il sole in alto con i suoi raggi ci donava il suo calore e con la vista del mare là in lontananza, ci pareva di percepire il suo profumo di salsedine.

Continuando a salire attraversando ulteriori baraccamenti zigzagando tra roccette e zolle d’erba siamo arrivati finalmente in cima. La vista era spettacolare in qualsiasi punto noi ci voltassimo, lo sguardo si perdeva in un superbo panorama.

Dopo la meritata e riflessiva pausa abbiamo ripreso il sentiero d’andata per il rientro, dedicando del tempo alle visite dei baraccamenti e delle trincee, in breve tempo eravamo alla base del ripido canalino, adesso dovevamo attraversare il ripido ghiaione, disseminato di schegge, bossoli e pezzi di ferro, quanta tristezza aleggiava in questo luogo.

In breve tempo eravamo al bivio per il monte Cukla, risalitolo e arrivati in cima anche a questo, abbiamo potuto ammirare la mole del monte Rombon da un’ altra angolazione, meritava davvero anche questa breve fatica per arrivare in cima al Cukla.

Ritornati sui nostri passi ci siamo fermati ai bordi della dolina dove la mattina avevamo incontrato la femmina di capriolo, sperando in cuor nostro di  rincontrarla, ma invano, di lei nemmeno l’ombra.

Al suo posto però una distesa di “non ti scordar di me”, un umile tappeto color lilla e giallo si estendeva davanti ai nostri occhi, era un colore che metteva pace e faceva sorgere riflessioni sul luogo e la giornata appena vissuta.

Roberto era preso con la fotografia dei vari esemplari fioriti, io nel frattempo potevo perdermi tra questi colori che il più delle volte finivano nell’ orrendo marrone di qualche  pezzo bellico oramai arrugginito che non c’entrava assolutamente niente con il luogo, era come un pugno in un occhio.

Gironzolando tra questi colori che si facevano spazio tra i rottami, dandomi conferma un’ulteriore volta dell’inutilità della guerra, si fece spazio con forza nella mia mente un pensiero forse più grande di me : in qualche parte del mondo si combattono ancora  guerre assurde, in qualche parte del mondo qualcuno ordina a qualcun altro quello che deve fare, in altri posti le donne vivono ancora in totale sottomissione (in pochi si rendono conto davvero che le donne sono l’unica maggioranza più perseguitata al mondo….), c’è qualcuno che attraversa il mare con la speranza di una vita migliore, rischiando la propria in cerca di un po’ di dignità, da altre parti invece vivono una vita felice e spensierata senza pensieri di sorta. Il bello è che tutto ciò succede sotto lo stesso splendido e unico cielo. Ripreso il cammino accompagnati da dei tuoni in lontananza siamo rientrati nel fitto bosco, le nuvole iniziarono a chiudersi e a regalarci delle belle gocce colme d’acqua che si appoggiavano sui nostri vestiti e correvano verso la terra fondendosi con essa. Questo non ci fece accelerare il passo anzi, procedevamo piano con la sensazione che l’acqua ci lavasse dai cattivi  pensieri e desse un po’ di pace ai ragazzi di entrambi gli eserciti che sul monte Rombon hanno lasciato la vita senza sapere il più delle volte nemmeno il perché.

Cartina Tabacco 019

Redatto con anima e cuore da Ivan Ursella

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