01/09/19 —Crode dei Longerin

La sera prima avevo aperto la cartina per dare un occhiata ai numeri di sentiero che avremmo dovuto percorrere il giorno dopo, volevamo salire sulle Crode dei Longerin, guardando la cartina e studiando il percorso avevo notato che prima di arrivare alle Crode avremmo dovuto attraversare interamente la conca Vissada la quale era chiusa da entrambi i lati da due cime, a destra dal monte Shiaron e a sinistra dal monte San Daniele. Mi venne allora un’ idea: chissà se saremmo riusciti a salirle tutte e tre, sarebbe stato un giro sicuramente fanatico, decisi comunque di non dire niente di questa mia idea a Roberto, gliela avrei proposta l’indomani  dopo aver valutato le distanze. Come al solito partenza con il buio questa volta da Gemona, direzione Sappada e poi giù verso il Comelico attraversando anche Mare per poi svoltare a destra verso San Pietro di Cadore, proseguendo per Costalta diretti al Rifugio Forcella Zovo. Tra tutti i nomi che potevano dare a un paese di montagna, avevano scelto proprio Mare, ancora adesso mi sto chiedendo il perché di questa scelta e il motivo mi incuriosisce parecchio, anzi per essere sincero mi diverte molto pensare che chi ha dato questo nome al piccolo paese, non vedesse  confini ma orizzonti tra mare e monti. Al rifugio Forcella Zovo la temperatura era fresca e un cielo celeste e limpido metteva buonumore tanto da farci partire subito fiduciosi verso la nostra nuova avventura.

Il sentiero CAI 169, ben segnato e battuto si snodava lentamente nel bosco, sembrava un enorme serpente che con molta calma si aggirasse tra le piante in leggera salita. Verso est nel frattempo il sole iniziava ad alzarsi indorando le cime attorno con i suoi raggi infiltrandosi poi tra i rami e i fili d’erba, giocando con le gocce di rugiada cadute durante la notte sugli steli e riscaldandole dolcemente le faceva rotolare fino al suolo.

Un nuovo giorno, una nuova vita, una nuova poesia, un nuovo dipinto e due anime silenziose con lo zaino e un bastone alla ricerca di tutto Questo. Raggiunto il pianoro che ospita il rifugio Vissada, iniziavamo a vedere in lontananza la nostra meta, le Crode dei Longerin, lo spettacolo era davvero grandioso, sembrava una cattedrale tanto era imponente. Una cattedrale di roccia creata dalla natura, io e Roberto non riuscivamo a vedere nient’altro e c’era voluto un po’ perché ci accorgessimo del monte Schiaron alla nostra destra e del monte San Daniele un po’ più lontano sulla sinistra. Adesso potevo vedere le distanze e cercare di valutare la lunghezza del giro che avevo segretamente in mente. Nel frattempo un bel gruppo di manze si era avvicinato al rifugio Vissada probabilmente qualcuno le aveva viziate dandole del sale da leccare.

Raggiunto il pianoro soprastante della conca appena attraversata, la visuale si apriva sulla Val Visdende e le sue ferite, solamente vedendo di persona lo scempio si riesce a capisce l’entità del danno provocato dal mal tempo, immaginarlo secondo me non è possibile. Ci trovavamo sul punto più alto della costa Schiaron, adesso dovevamo abbandonare il nostro segnavia CAI seguito fin ora e prendere il sentiero numero 165 per arrivare alla forcella Longerin per poi prendere definitivamente il sentiero numero 195 che ci avrebbe portato in cima. Giunti in forcella Longerin, iniziava un percorso diverso e molto suggestivo, dovevamo passare alla base dei Torrioni dei Longerin, pareti strapiombanti, forcellette, cascate di pietre dovute alle frane e alte torri ci accompagnavano verso il ripido ghiaione che dovevamo per forza risalire. Per fare meno fatica ci tenevamo alla sinistra del ghiaione verso un ripido pendio erboso dove il terreno era più stabile. Raggiunta la sommità del ghiaione svoltavamo a sinistra su un esile traverso per poi uscire in una piccola forcella tra la cima sud e la cima nord delle Crode dei Longerin. Da questo punto la croce di vetta era in vista e nel giro di qualche minuto arrivavamo sull’esile cima sud delle Crode, anche se il tempo iniziava a guastarsi, lo spettacolo era davvero grandioso, da dove eravamo riuscivamo a vedere tutto il percorso fatto all’andata, questa volta però i torrioni e le guglie  le vedevamo con soddisfazione dall’alto.

Dei grossi nuvoloni iniziavano a farsi vedere all’orizzonte, era meglio iniziare a prepararci per la discesa, giunti in forcella notavamo alla nostra sinistra dei bolli rossi e come dei bambini curiosi abbiamo iniziato a seguirli, questi ci hanno condotto all’imbocco del ripido canalino con l’immancabile sasso incastrato da risalire per la cima nord. Ci siamo fermati alla base, adesso dovevamo decidere, o salire sulla cima Nord oppure scendere e Salire sul monte Schiaron, optammo per la seconda così riuscivamo tempo permettendo a salire due cime diverse. Allora giù velocemente per il ripido ghiaione e poi di nuovo in costa Schiaron, di buona lena affrontavamo la salita con lo sguardo a sinistra verso la val Visdende e le sue ferite e a destra verso il catino con in centro il bivacco Vissada e le sue placide mucche al pascolo. Attraversato un nutrito gruppo di pecore, un traverso con qualche grotta e l’ultimo ripido pendio, conquistavamo così anche la cima del monte Schiaron, la vista verso il monte Peralba, il monte Rinaldo e  le Terze era grandiosa, sembrava quasi di poterle toccare, molto meno piacevole era vedere le migliaia di alberi sradicati giù in basso nella valle, davvero toccava il cuore vedere tutto quel groviglio di rami intrecciati come una scatola di stuzzicadenti caduta a terra. Attaccate alla croce di vetta c’erano delle bellissime e colorate preghiere del vento Tibetane quest’usanza che sta iniziando a prendere sempre più piede, mi piace molto e chi non sa cosa significano può tranquillamente fare una breve ricerca e scoprirne l’arcano mistero.

Un po’ più in là due chiassosi escursionisti si preparavano a scendere, non prima di essersi presentati, erano due abitanti della valle, più precisamente di Costalta e conoscevano perfettamente la zona, non persi tempo in chiacchiere, chiesi subito dettagli sulla salita al monte San Daniele, dopo aver ricevuto le loro risposte, Roberto si voltò verso di me e disse: “non vorrai mica…” Solamente che io ero mi ero già avviato verso le loro indicazioni. Giunti di nuovo sul pianoro di costa Schiaron, lasciavamo il sentiero cai 196 per prendere il sentiero cai numero 165 passando un’altra volta sopra il bivacco Vissada. A farci un attimo desistere dalla mia intenzione di un ulteriore salita, ci pensò uno scoppio fragoroso tra le nuvole, questo ci fece arrestare in mezzo al sentiero e iniziare a ragionare. Notavamo che il sole aveva fatto i bagagli, le Crode dei Longerin si erano nascoste dietro cupe nuvole, l’atmosfera attorno a noi iniziava a farsi un po’ tetra, e di tanto in tanto Brontolo in cielo sbottava prepotentemente tirando giù sonori moccoli che ci facevano sobbalzare. Io e Roberto ci guardavamo con occhi interrogativi sul da farsi, entrambi a questo punto volevamo salire il monte San Daniele, quindi di comune accordo decidevamo di proseguire lungo il sentiero almeno fin dove si staccava la traccia non segnalata in direzione del nostro obbiettivo. Mal che ci fosse andata, in qualunque momento avremmo potuto calarci lungo il pendio e raggiungere il bivacco. Dopo essere saliti a un’ ulteriore forcella tra la Croda dei Longerin e il San Daniele, abbandonavamo il sentiero per inoltrarci sulla sinistra tra sparute tracce e tagli sui mughi verso la nostra cima. Degli sparuti ometti ci guidavano ripidamente tra mughi, radici affioranti e roccette da risalire, finche ad un tratto entravamo in un mondo pietrificato dove alti gendarmi un po’ mal conci e alti pinacoli ci guardavano severamente, tutto in torno era marcio e friabile, pareva che da un momento all’altro qualcuno di loro preso dall’emozione si lasciasse crollare a terra, dovevamo procedere metaforicamente con gli scarponi in mano, anche il tono delle nostre voci si era abbassato forse inconsciamente per portare rispetto a questo anziano che il tempo voleva vedere diventare polvere. Oltrepassavamo zigzagando tra grandi rocce staccatesi chissà da quanti anni dalla parete più in alto, finche raggiungevamo il punto più delicato dell’intera salita. Si trattava di attraversare una ripida frana di ghiaino fine e molto compatto, un cordino penzolava dalla parte opposta a dove ci trovavamo noi, probabilmente una pietra cadendo lo aveva tranciato. Quattro cinque passi ci separavano dallo spezzone di corda, gli occhi fissi e puntati su di lui, gli scarponi dovevano sapere esattamente dove appoggiarsi sul terreno, una volta mosso il primo passo non saremmo potuti più indietreggiare. Roberto partì, era già arrivato al cavo ma quando fece per prenderlo gli si era sfilata una racchetta dalle mani cadendo tra i suoi scarponi e iniziando a correre e prendere velocità giù per la frana. Io e lui seguivamo con gli occhi la racchetta che prendeva sempre più  velocità, questo significava che non avevamo margini di errori se non volevamo finire grattugiati dal ghiaino della frana. Adesso toccava a me; ingoiai, presi  fiato, quattro  salti e raggiunsi Roberto. Di nuovo in salita, tra massi e roccette, in divertente arrampicata stando attenti a non smuovere pietre, nel frattempo su in alto nel cielo Brontolo ricominciava a dire la sua, questa volta indirizzando verso di noi delle fredde gocce d’acqua. Finalmente arrivavamo in vista della croce, la cima era a un ultimo sforzo da noi, ed ecco che finalmente posavamo i piedi su di lei.

Un leggero vento freddo accarezzava la pelle del nostro viso, delle gocce di pioggia ci bagnavano, ma quello che vedevamo attorno era impagabile, con i piedi sul monte San Daniele e gli occhi posati sulle due cime salite qualche ora prima, l’emozione era davvero tanta, la voglia di sedersi a terra con la schiena appoggiata alla croce era molta, però la vocina della rinuncia quella che tempera lo spirito, ci consigliava di scendere velocemente senza perdere tempo. Prima di scendere Roberto si mise la giacca, dicendomi di fare altrettanto, io declinai l’invito rispondendogli che per scaramanzia non l’avrei messa. Scendendo avevamo solo un obbiettivo, riuscire ad attraversare la ripida frana prima che iniziasse a piovere veramente. Brontolo in cielo era stato clemente, borbottando molto, facendo però cessare le gocce di pioggia che ci aveva inviato. Arrivavamo così in forcella, uscendo dai mughi ed entrando nell’evidente sentiero, tagliando poi per il ripido prato che ci avrebbe fatto raggiungere il bivacco Vissada. Varcata la porta del bivacco un gruppo di escursionisti tra cui i due trovati in cima al monte Schiaron, stavano cantando, bevendo e festeggiando, ci misero in mano subito delle birre facendoci partecipare ai loro bagordi. Erano un gruppo di amici e paesani di Costalta saliti lassù tra quelle Crode per passare una giornata immersi nella natura.

La nostra giornata, la nostra avventura stava iniziando a vedere il crepuscolo, adesso per comodo sentiero dovevamo solo rientrare all’auto. La giornata era stata pazzesca, saliti per fare una cima alla fine ne avevamo fatte tre, e che cime e che luoghi e che incontri, per non parlare del mio compagno di escursione, lui non lo ammeterà mai, ma in cuor suo, e di questo ne sono convinto, voleva salirle tutte e tre anche lui. Era una triade che dovevamo assolutamente salire in una magnifica giornata che rimarrà nello scrigno dei nostri ricordi per molto tempo se non per sempre. Il Rientro dal bivacco all’auto si è svolto sotto una dolce pioggerellina come era giusto che fosse…

Cartina Tabacco 017

Redatto con cura da Ivan Ursella

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