06/10/19 Monte Chiarescons

Appena atterrato a Venezia di rientro da un trekking a Pantelleria, mi era arrivato un messaggio da parte di Roberto sul cellullare, sul messaggio c’era scritto  così: domani  che si fà? Andiamo o ti vuoi riposare. Certo che domani andiamo risposi, decidi tu la meta perché io ho avuto altro da fare a Pantelleria. All’ora prestabilita ci incontravamo a Gemona diretti verso Forni di Sotto, per tutta la strada credo di aver parlato solamente io, dovevo raccontare a Roberto le avventure passate durante i vari trekking sull’isola e lui paziente stava ad ascoltarmi. Giunti al sorgere del sole a Forni di sotto abbiamo dovuto arrestare la nostra corsa per scendere dall’auto e volgere lo sguardo verso il monte Amariana, il sole iniziava ad alzarsi, tingendo le nuvole e il cielo di rosso, essendo noi a ovest rispetto al monte e al sole, vedevamo il monte all’ombra e nero, e  come un’enorme  piramide si stagliava verso il cielo rosso infuocato facendoci sentire piccoli piccoli di fronte a tanta magnificenza.

Oltrepassato Vico, siamo scesi giù al guado del Tagliamento parcheggiando al suo fianco. Attraversato il fiume sacro per i friulani, abbiamo preso il sentiero CAI 364 inoltrandoci nella val Poschiedea tramite una bella stradicciola in leggera salita. Giunti in località Covardìns abbandonavamo la strada per continuare su sentiero sempre ben manutenzionato e segnato a dovere. Guadato il Riu Grant  e poi il Riu Poschidea arrivavamo in località Stue, dove un tempo facevano arrivare i tronchi tagliati più in alto e dove si può vedere ancora la stazione alta della teleferca. Continuando a salire arrivavamo in località Rubarai nei pressi del torrente Chiarescons, seguendo le segnature bianco rosso del cai, alternate a spruzzate fuxia continuavamo a salire, le spruzzate fuxia erano state fatte dove era stato necessario modificare il sentiero a causa dei moltissimi alberi caduti. In ambiente sempre più selvaggio e solitario, risalivamo un tratto del torrente Chiarescons, guidati da dei provvidenziali ometti posti nei punti giusti che ci indicavano la strada. Risalivamo il torrente tra cascate, rapide vortiginose e tra enormi massi, stando attenti a non cadere in acqua, divertendoci come bambini a saltellare sui sassi.

Ci mancava ora d’attraversare un altro torrente e individuare la prosecuzione del sentiero dalla parte opposta, per poi continuare a salire in un bosco di larici e uscire in una specie di catino alla base nord del monte Chiarescons.  Un catino disseminato di enormi massi, questo posto era di sicuro il regno indiscusso dei selvatici, moltissime tracce a terra stavano a testimoniare la loro presenza, tanto che a essere sinceri si percepiva la loro presenza, ci sentivamo osservati, e sapevamo di non essere soli. In questo punto sparivano i segni bianco rossi o fuxia, ma la direzione da prendere era ovvia, dovevamo risalire alla forcella posta in alto davanti a noi, la forcella Col della Valle.

Arrivati su in forcella, finalmente lo sguardo poteva ammirare anche l’altro lato della vallata, e lo spettacolo era davvero grande, le Caserine, il Bortolusc erano lì davanti a noi che si mostravano nella loro elegante bellezza.

Ci giravamo da tutti i lati e quello che ci contornava era davvero grande, sapevamo che se fossimo scesi dalla parte opposta saremmo arrivati in Ciadin di Senons e da lì ci sarebbero state molteplici escursioni e scoperte che potevamo fare. Però eravamo lì per salire sulla  cima del Chiarescons e quello dovevamo tentare di fare. Dalla forcella Col della Valle svoltando a destra, le cose iniziavano a cambiare, rari bolli rossi ci conducevano verso lo spigolo terminale del Chiarescons, salivamo ancora ripidamente per poi attraversare un prato abbastanza inclinato per giugere poi a un canalino di roccia friabile con ghiaino fastidioso alla sua base, con attenzione ma facilmente lo abbiamo risalito, immettendoci poi in una cengia erbosa che ci ha portato alla base del canalino finale che dovevamo risalire.

Questo era il punto chiave della nostra escursione, dovevamo arrampicare per una ventina di metri, per poi uscire sulla cresta, i primi metri di arrampicata potrebbero risultare i più ostici visto che un masso tendeva a spingere in fuori rispetto all’asse del canalino. Superato il canalino eravamo in vetta, dovevamo percorrerla ripidamente tra zolle erbose verso destra per arrivare a un ante cima, scendere con attenzione per qualche metro esposto sul versante sud verso la Val settimana, per poi risalire di qualche metro e arrivare alla croce di vetta del monte tanto caro agli abitanti di Forni di Sotto.

Da quando avevamo lasciato l’auto erano passate molte, il sole limpido della partenza aveva lasciato il posto a basse nuvole irrequiete, che a volte ci avvolgevano coprendo il tutto, trasportandoci in un mondo bianco e ovattato, facendoci persino dimenticare gli strapiombi ai nostri lati,  per poi dissolversi per farci vedere un vastissimo panorama. Questo vastissimo panorama ci investiva da tutti i lati, le nuvole si alzavano e si abbassavano correndo come aquiloni guidati dal vento, noi due in piedi con uno zaino sulle spalle sul punto più alto della cresta, il vento soffiava entrando con prepotenza tra i vestiti e la nostra pelle ancora abituata al torpore estivo, ma non si trattava più del vento allegro che si cercava in forcella d’estate, era il primo vento freddo autunnale, le prime avvisaglie della stagione del riposo, tanto che non ci mise molto tempo a farci arrivare i brividi lungo la schiena e ghiacciarci le mani e il naso. Avremmo voluto fermarci a lungo a fantasticare e goderci la cima, ma Eolo ci convinse a scendere con calma e senza rancore verso di lui. Il ritorno si è svolto lungo il medesimo sentiero dell’andata con me e Roberto felici e fischiettanti per la bella solitaria e selvaggia montagna che ci ha permesso di salire sulla sua cresta. Nella prima osteria con il succo di Bacco abbiamo festeggiato questa bellissima giornata che volgeva verso il tramonto.

Cartina Tabacco n’ 2                                                                                                                        

Fino in forcella Col della Valle posso dire che è un’escursione lunga e faticosa, ma con un po’ di allenamento e attenzione può essere fattibile per tutti, dalla forcella alla cima le cose cambiano, il terreno inizia a essere un po’ più ostico ed esposto, il salto dell’ultimo canalino è tra i 1’ e il 2’ grado esposto, fatto questo per raggiungere la cima ci sono dei semplici gradoni da risalire. 

Redatto da Ivan Ursella

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