07/12/19 Per creste selvagge: Da San Francesco ( Cjanal ) in Val d’Arzino per selvagge Creste a Tramonti di Mezzo

Era da qualche mese che io e Roberto parlavamo di questa traversata, ma complice la bella stagione puntavamo sempre a cime più alte, sovente però nei nostri discorsi usciva Lei come un timido sole autunnale che cercava di farsi spazio tra le nuvole mostrando i suoi piccoli raggi tiepidi. Sapevamo entrambi che prima o poi l’avremmo tentata, forse più prima che poi conoscendoci, di certo non mi sarei mai aspettato così presto. Tra me e Roberto c’era stato un breve scambio di messaggi, uno di questi era: proponi una meta, e io rispondevo: lo sai già cosa mi piacerebbe. Risposta da parte di Roberto: ci  farò un pensierino. Ci farò un pensierino, erano state sufficienti queste parole per avermi fatto entrare in una specie di sogno, finalmente avrei calpestato il crinale selvaggio sopra il Canal di Cuna, avrei percorso la lunga linea di cresta che collega la Val d’Arzino alla Val Tramontina due tra le più belle vallate a mio parere che abbiamo in regione. Vallate poco frequentate e ingiustamente snobbate dai più, ma basta entrarci per qualche metro perché si mostrino in tutta la loro bellezza venendo ammaliati come da un canto di dolcezza dove non si può altro che  innamorarsi di loro e percepire forte la sensazione di fare parte del Tutto.Tutto era partito più o meno un anno prima, quando in un bosco nelle vallate del Natisone avevo conosciuto una guardia forestale e dopo uno scambio di battute gli raccontai della mia passione per la Val Tramontina e i suoi segreti, la guardia dopo avermi ascoltato in silenzio, esordì dicendomi della possibilità di attraversare per cresta dalla Val D’arzino alla Val Tramontina, aggiunse anche che era stato lui in passato a segnare parzialmente il percorso in giallo verde, e di aver tagliato anche qualche ramo qua e là come segna via. In più qualche settimana prima della traversata eravamo saliti sul monte Giaf e scesi in Forchiazza per prendere i tempi, così come eravamo saliti fin sopra il ricovero Savuieit sotto lo Sciara, avevamo sufficienti dati per tentare. La sera Prima avevamo portato un auto a Piè di Spineit sopra Tramonti di Mezzo, la stretta rotabile correva in mezzo a un bosco scintillante di galaverna, il silenzio regnava assordante e tutto era immobile, il bosco si stava preparando al lungo sonno, il torrente Chiarchia un poco più in là cantava una dolce nenia per permettere a tutti di assopirsi lentamente. Queste erano le premesse per quello che ci avrebbe aspettato l’indomani, sapevamo entrambi che sarebbe stata un gran giornata, e con ancora il suono del Chiarchia nelle orecchie siamo rientrati nelle nostre case.Dopo questo preambolo inizierei il mio racconto, sicuramente non sarà una relazione tecnica perché non ne sarei capace, quelle le lascio fare a chi è più portato, io mi limiterò a raccontare quello che abbiamo vissuto, sperando di incuriosire almeno un lettore per vederlo presto ritratto su questa selvaggia cresta.

Erano le 5 e 45 la terra era dura bianca e ghiacciata, siamo appena usciti dal torpore dell’auto parcheggiata a S. Francesco, prendiamo lo zaino e accendiamo le pile frontali, uno sguardo al cielo dove piccole stelle fanno capolino tra le nuvole, iniziamo subito a camminare in piacevole salita verso il rifugio Giaf, dentro il bosco era buio pesto, ma poco importava, la strada la conoscevamo essendoci saliti varie volte, in più le nostre pile frontali facevano il loro dovere. Mentre percorriamo la salita, l’alba con tutta calma iniziava a prendere il sopravvento sulle tenebre, dapprima con un colore tenue che man mano che passava il tempo aumenta di intensità dipingendo d’oro i versanti dei monti a sole, e di rosso giallo arancio verso est. Il momento era pura magia io e Roberto eravamo persi in quest’atmosfera magica tanto che giunti alla casera Giaf avevamo proseguito senza fermarci, ma attraversando subito il prato alle spalle della casera per raggiungere velocemente la cima del monte Giaf e godere dello spettacolo che ci regalava l’alba. Sotto di noi San Francesco e la Val D’ Arzino si stavano lentamente svegliando, e noi due in cima al monte Giaf testimoni di una nuova rinascita. Un sguardo verso il Cuar e Flagjel, uno verso il Piombada e un altro verso gli altri monti attorno per farli sentire tutti uguali senza preferirne uno al posto dell’altro; poi giù verso la Forchiazza. Giunti in Forchiazza per noi iniziava l’ignoto, da questo punto in poi per noi due sarà tutto nuovo, facilmente continuavamo ad individuare i segni giallo verde sugli alberi fatti dal forestale, e con pendenza via via sempre in aumento, risaliavamo faticosamente il monte Agarial.

Il sole oramai era già alto nel cielo, tra le pietre dell’omino di vetta trovavamo un barattolo di vetro contenente dei fogli per le firme, dopo averli estratti e poste le nostre, lo avevamo rimesso di nuovo al riparo tra i sassi, un’occhiata verso la Val Tramontina e una verso la nostra cresta da attraversare, e poi via questa volta in discesa, lungo il ripido filo di cresta, cercando di seguire i segni colorati oppure i tagli nelle piante. Arrivati a una prima forcella avevamo trovato sulla destra la prima via di fuga per il rientro a valle, questa segnalata dapprima con una bottiglia infilata su un ramo poi da segni o pallini non convenzionali, questa traccia dovrebbe portare verso la stalla Beazut poco distante dal torrente Arzino. Il nostro percorso invece continuava in difficoltosa salita, dovevamo attraversare altre aspre cimette contornate da alberi bruciati e senza vita, testimoni di un vecchio incendio di qualche annetto prima. La vista di questi scheletri bianchi aggrappati all’erto e sconnesso terreno metteva tristezza, la sensazione era la stessa di quando si attraversa un cimitero, tanto che a noi due nell’attraversarlo non ci uscì una parola di bocca, forse lo avevamo attraversato a testa bassa in segno di rispetto. Continuando a seguire in discesa il ripido crinale, eravamo arrivati sopra uno strapiombante salto, una piccola sosta per guardarci in torno ci fece dimenticare per un attimo che dovevamo scendere l’erta paretina; per forza i monti che ci circondavano ma soprattutto il luogo selvaggio dove ci trovavamo avevano il potere di portarci lontano, forse in un tempo dove l’uomo e la natura andavano d’accordo rispettandosi l’un l’altro. Ritornati con la mente alla nostra escursione, ci spostavamo portati sul ciglio del dirupo, notando alla nostra destra un punto debole nella parete, dove scendendo con attenzione degli esposti e scabri gradoni mettevamo i piedi nello stretto intaglio tra il monte Agarial e il monte Las Tavuelas.

Cercando e seguendo i segni lasciati dai forestali ci portavamo per qualche metro sulla sinistra del ripidissimo versante de Las Tavuelas, dove un segno colorato ci indicava di risalire un ripidissimo canalino quasi verticale, i ciuffi d’erba, le radici di qualche alberello e qualche roccia erano provvidenziali per farci procedere nella risalita. Potrebbe sembrare strano aggrapparsi e reggersi ai fili d’erba, l’idea è che siano fragili, ma non è proprio così, diciamo pure che come tutto bisogna conoscerli per sapere come prenderli e fidarsi di loro. Usciti dal canalino la ripidezza si attenuava, non di molto però e continuando a salire su terreno più aperto ma sempre severo per via degli arbusti cresciuti ovunque e delle pietre sconnesse, in più in questo tratto tutte le tracce erano sparite, nessun segno giallo verde, nessun taglio nei rami, quindi dovevamo prestare maggior attenzione nel procedere, finche non notavamo un po’ più in alto e sulla destra una possibile cengetta percorribile, oltrepassata questa breve ma esposta cengetta e attraversato delle ultime roccette, mettevamo i piedi finalmente sulla cima de Las Tavuelas, percorrendone la cresta arrivavamo nel punto più alto, dove un barattolino di vetro con dentro dei fogli faceva bella mostra di sé. Con forza eravamo riusciti a togliere il tappo ed estrarre i fogli, per poi iniziare a leggere le centinaia di firme degli escursionisti che vi erano transitati. Centinaia e centinaia di firme, non proprio ma solamente due, una di Matteo Basso e una di Jacopo Verardo.

Eravamo su una cima che non interessava a nessuno una cima snobbata, forse per questo ancor più interessante per noi, riuscivamo a vedere i monti attorno da un’altra interessante prospettiva, da questo punto potevamo ammirare la cresta appena attraversata e quella ancora da attraversare, il luogo era magico e laggiù lontano a ovest si apriva la conca di Teglara, sempre a ovest spiccava la cima più alta che avremmo dovuto attraversare la Casta Spioleit. Ci siamo regalati qualche minuto per godere e assaporare tutto quello che avevamo attorno. Ricominciando a percorrere l’articolata cresta in un sali scendi continuo più o meno esposto, e senza quasi nemmeno accorgercene arrivavamo sul monte Drea, a occhio saremo stati a metà percorso e la soddisfazione iniziava ad essere grande, in questo punto partiva sulla destra una seconda via di fuga che portava per tracce nel paesino disabitato di Pozzis, per noi due la strada era ancora in cresta, molta cresta e un infinità di saliscendi più o meno ripidi ed esposti, non saprei quantificare l’infinità di forcelle e forcelline che abbiamo attraversato, fatto stà che era un continuo su e giù per la felicità delle nostre gambe.

Problemi di orientamento non ne avevamo più, perché dalla cima del monte Drea dei segni bianco rosso con la scritta Teglara ci guidavano facendoci rimanere quasi sempre sul filo di cresta, qualche bel passagino tra le rocce dovevamo affrontarlo con maggior attenzione, soprattutto quando eravamo sul lato sud verso il Canale di Cuna che era ripido e quasi strapiombante  verso il basso. Con stupore in un punto non preciso del filo di cresta trovavamo una lapide datata 1890 con una scritta recitante: “16 giugno sentenza del tribunale di Tolmezzo” forse sarà stata posizionata in quel punto per segnare un confine tra la Val Tramontina e la Carnia.

Ancora un’ altra salita e poi discesa e finalmente arrivavamo in forchia bassa, dove ci  dedicavamo qualche minuto di pausa più che altro per parlare del tragitto appena compiuto. In questo punto esatto sulla sinistra partirebbe una traccia che scende giù prima in Cuel di Tana e poi continuando ad attraversare si arriverebbe in casera Savuieit. Per noi invece ancora salita, dovevamo risalire dapprima per ripido e fitto bosco, poi per folta erba secca tutto l’aereo spallone est della Costa Spioleit. Era l’ultima lunga salita, e man mano che proseguivamo lo spettacolo aumentava facendoci dimenticare la stanchezza che avevamo accumulato. Senza pensieri per la mente ma solo con lo stupore negli occhi, raggiungevamo l’antecima e iniziavamoo a calpestare la prima neve, spesso ci voltavamo per guardare all’indietro, rimanendo immobili sull’esile spazio tutta la chilometrica linea di cresta percorsa, e un sorriso misto a soddisfazione si impadroniva di noi. Con l’umore alle stelle giungevamo all’omino di vetta della Costa Spioleit, il punto più alto raggiunto in quest’escursione, la visuale da lassù era spettacolare eravamo stati abbracciati da un bellissimo panorama da tutti i lati.

La conca di Teglara ricoperta di un manto di candida neve, davanti a noi tutta la cresta ancora da percorrere divisa in due colori, la parte a sole con il suo classico colore di erba secca, mentre la parte a nord ricoperta del lucente biancore della neve. Con maggiore attenzione stando attenti a non scivolare sulla neve proseguivamo verso lo Sciara Grande; la cresta era un continuo sù e giù di spuntoni frastagliati e strapiombanti verso sud, a tratti si presentava esile ed aerea a tratti un po’ più comoda ma comunque sempre bellissima da attraversare. Poco prima di arrivare alla salita dello Sciara Grande ci attendeva un bel passaggio da attraversare in arrampicata non  difficile, ma che spingeva il corpo verso il vuoto. Era quello che ci voleva per destarci dal torpore della fatica accumulata dopo tante ore di cammino. Cercando di attraversare il passaggio con la massima attenzione ed eleganza raggiungevamo il lato opposto, a qualche metro di distanza partiva sulla sinistra il sentiero CAI 830 per il ritorno a valle, lo abbiamo scartato per raggiungere lo Sciara grande e poi con i raggi del sole che indoravano le cime raggiungevamo anche lo Sciara Piccolo. Io e Roberto non riuscivamo a parlare eravamo persi nelle luci del tramonto, guardavamo da un lato e poi dall’altro non riuscendo a tenere lo sguardo fermo. Il sole ormai si era nascosto dietro i monti regalandoci un colore rosso infuocato che nessun pittore al mondo sarebbe riuscito a eguagliare, le cime attorno e anche giù la pianura incominciavano a dipingersi di un colore indefinito tra il celeste e il blu era l’attimo incerto o il passaggio delle consegne tra il giorno e la notte e là in fondo il bagliore rosso fuoco degli ultimi raggi che incendiavano il cielo. Due uomini in cima a un monte in religioso silenzio avevano la fortuna di essere partecipi della spettacolarità di tutto questo, provando un senso di pienezza e felicità pura.

Un ultimo sguardo a trecentosessanta gradi, poi indossate le pile frontali  ritornavamo indietro all’imbocco del sentiero CAI 830, d’ora in avanti avremmo dovuto solo scendere. Il sentiero si era rivelato subito molto ripido e scivoloso tra erbe secche tanto da farci scendere con particolare concentrazione, in più l’oscurità non ci era molto d’aiuto. Sapevamo comunque che se avessimo perso il sentiero avremmo dovuto continuare a scendere fino a intercettare la traccia che ci avrebbe condotto alla casera Savuieit. Così era stato e in poco tempo avevamo perso il sentiero, ma con calma e lucidità avevamo continuato a scendere percependo la netta sensazione di fare parte del tutto. Trovata la traccia in breve tempo varcavamo la porta della casera Savuieit dove un cacciatore stava preparandosi l’alcova per passare la notte. Dopo averci riempito di domande e riempitoci un tai di cabernet, ci invitò a passare la notte lì. Noi declinammo il gentile invito riprendendo il sentiero verso forca Zuviel più a valle. Arrivati in forca Zuviel mettevamo dopo molte ore per la prima volta i piedi sull’asfalto, adesso ci sarebbero mancati qualche chilometro per arrivare all’auto. Scendevamo lentamente gli ultimi metri che ci dividevano dalla fine di quest’avventura, entrambi correvamo con la memoria all’avventura appena vissuta, non avevamo scalato o attraversato cime dai nomi conosciuti e rinomati, non eravamo entrati in chiassosi rifugi, eravamo solamente entrati in contatto con gli ultimi, con quelli che non destano interesse a nessuno, forse eravamo entrati in contatto con il nostro Io più recondito e nascosto. Per quanto mi riguardava non era stata una classica escursione, ma era stata un Esperienza, esperienza che consiglierei di vivere da soli a chi è in cerca di quel qualcosa che nemmeno Lui sa cosè, oppure da vivere con un compagno o una compagna che sia complice e che vi assecondi nella nostra vita. Era stata una giornata impeccabile sotto tutti i punti di vista, partire con il buio e ritornare con il buio su tracce di sentiero non sono cose che si fanno tutti i giorni, e tanto meno sono cose da fare per chi non è preparato, ci vuole un ottima conoscenza della carta topografica, saper leggere i segni sul terreno è basilare, e memorizzare i punti di riferimento è altrettanto importantissimo, non che la conoscenza dei propri limiti per gestirli al meglio. Per non parlare della discesa al buio sul ripido e scivoloso pendio, avvolti dai vari profumi di fieno e dagli odori di animali selvatici, mentre il freddo della sera ci ghiacciava le orecchie e il naso. A tre quarti del percorso avevamo iniziato a sentire la stanchezza prendere il sopravvento guardando la nostra meta ancora là lontana, però come un mantra passo dopo passo avevamo continuato ad andare avanti. Continuando serenamente a scendere sulla strada asfaltata, iniziavamo a sentire sempre più forte il vocio dell’acqua, era il torrente Chiarchia che come la sera precedente con la sua nenia cercava di addormentare il bosco, questo significava che eravamo vicini a dove avevamo parcheggiato l’auto. Cartina Tabacco n. 028 

Sono stato sicuramente un po’ troppo lungo a raccontare quest’avventura, però più corta non ne sarei stato capace, piùttosto avrei fatto a meno di scriverla. Molti si saranno persi a metà strada sopraffatti dalla noia della lettura, ma mi sarebbe sufficiente aver destato interesse in almeno una persona tanto da averla invogliata a percorrere questa bellissima cresta. Un sentito grazie va a Roberto che ha assecondato questo mio desiderio di attraversata.

Redatto da Ivan Ursella

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