26/01/20 — Da Roppe alle Tronconere traversando Forcella Giaveid

Da quando poche settimane prima io e Roberto eravamo stati al bivacco dell’ Asta partendo da Andreis, transitando sulle cime del Turlon e del Taront, vedendo molti metri più in basso nella valle di fianco il bivacco Molassa e tutta la lunga val Molassa chiusa al suo termine dalla Forcella Giaveid, il tutto sovrastato dalla catena del Resetum, avevamo cominciato a fantasticare la possibilità di una traversata. Così con la mappa della zona in una mano, e nell’altra la nostra traversata da realizzare, iniziavamo a studiare il percorso che avremmo dovuto intraprendere. Individuata sulla cartina la località Roppe, poco sopra  il lago di Barcis,  iniziavamo a scorrere con il dito lungo la linea rossa che segnava il nostro sentiero arrivando ben presto al Bivacco Molassa, in questo punto finiva il rosso e con esso il sentiero ufficiale CAI 974. Da questo punto e fino in forcella Giaveid si notava sulla cartina solamente una labile traccia composta da piccoli puntini neri fino in forcella Giaveid, poi di nuovo rossa marcata con la segnaletica CAI 974 fino alle Tronconere. Quindi avevamo una parziale idea che la parte iniziale e la parte finale della traversata, saremmo stati su sentiero ufficiale CAI e forse non avremmo avuto difficoltà a trovare tracce di passaggio. Rimaneva l’incognita del lungo e sicuramente selvaggio tratto centrale della traversata, dal bivacco alla forcella. Che si trattasse di zona selvaggia ne eravamo coscienti, avendo avuto la possibilità di scrutare la vallata dal monte Taront, sapevamo che avremmo dovuto guadare varie volte il torrente Molassa con tutti i suoi affluenti, avremmo dovuto attraversare molti canaloni, sicuramente qualche aerea cengia, e di sicuro qualche tratto franato. Tutto questo non faceva altro che aumentare la nostra curiosità e la voglia della scoperta cresceva a dismisura in noi, anche se intuivamo che sarebbe stata lunga e faticosa. 

Sono le 15:00 di sabato 25, il giorno prima della nostra gitarella, io e Roberto ognuno sulla propria auto ci stavamo dirigendo verso Selva in Val Tramontina, attraversavamo la diga sul lago e iniziavamo a percorrere la sterrata che ci avrebbe condotto alla località Tronconere. Per percorrere questa strada sterrata in tranquillità, non bastava avere un’auto un po’ vecchia come la mia e quella di Roberto, ma serviva soprattutto avere un pizzico di incoscienza… Non vi svelerò il piacere del perché serva un po’ di incoscienza, ma  lo lascio alla vostra  immaginazione, per aiutarvi vi dico solo che da Selva alle Tronconere in auto, può già ritenersi una semplice avventura. Lentamente perché correre non sarebbe stato saggio,  arrivavamo nelle adiacenze delle Tronconere dove in uno spiazzo abbiamo parcheggiato. Sorrido ancora al pensiero di Roberto una volta sceso dall’auto che guardandomi sorridente mi disse: “no, no, io e te non siamo mica normali, guarda dove dobbiamo lasciare l’auto fino a domani sera”. Visto che avevamo più o meno ancora un’oretta di luce, abbiamo approfittato per fare un giro tra quel che rimaneva delle case delle Tronconere, così facendo controllavamo anche lo stato del sentiero per il ritorno da forcella Giaveid del giorno dopo. 

Erano le 6 del mattino del giorno dopo, io e Roberto eravamo sul portone di casa mia che cercavamo di scrutare il cielo, nuvole base e piovigginava, cosa fare? Il dubbio di saltare il nostro progetto iniziava a farsi strada, non potevamo e non volevamo crederci, così per scaramanzia siamo saliti in macchina con la convinzione che dopo la lunga galleria del monte Fara avrebbe cessato di piovere. Non ci crederete ma fu  proprio così. A Roppe erano le prime luci del mattino quando spegnevamo i fari dell’auto, pronti a partire per la nostra nuova avventura. Trovata la mulattiera iniziavamo ad alzarci dolcemente in un bellissimo bosco di faggi, in breve tempo raggiungevamo un pulpito panoramico che ci fece vedere l’inizio della selvaggia Val Molassa, da qui potevamo osservare le innumerevoli rientranze del monte che dovevamo attraversare. Ci vollero circa 1 ora e 30 per arrivare al bivacco Molassa, su un sentiero praticamente tutto in cengia, molte volte scavato nella roccia protetto con dei cavi corrimano, alle volte a picco ed esposto sulla Val Molassa, certe volte esile e molte altre più comodo. Tutto in torno un bellissimo panorama contornato da nuvole basse e nebbia, come sottofondo musicale avevamo il brontolio del torrente Molassa parecchi metri sotto di noi. Per arrivare al bivacco, avevamo dovuto attraversare sei gole o rientranze, qualcuna molto profonda, qualcun’altra meno, comunque sempre molto belle e caratteristiche, per non parlare di quante cascate avevamo attraversato.

Al bivacco, dopo una piccola pausa per guardarci attorno, e anche per guardare lo sviluppo del sentiero in cengia tra le rientranze che avevamo appena percorso, individuavamo la traccia che ci avrebbe portato in Forcella Giaveid. Per noi da questo punto iniziava l’ignoto, una ripida traccia vedo non ti vedo ci aveva fatti scendere verso il torrente Molassa, attraversando prima qualche ruscello gonfio d’acqua, con qualche saliscendi siamo arrivati sul greto del torrente, pozze verdi smeraldo, cascate e gorgoglii, ci diedero il benvenuto, il posto era selvaggiamente incantevole. Ripreso il nostro cammino qualche vecchio e malandato ometto ci consigliava di guadare il torrente e procedere dall’altro lato, finalmente adesso stavamo entrando all’inizio della parte più remota e selvaggia della nostra traversata. Dovevamo alzarci, abbassarci, seguendo l’andamento del crinale dei monti, attraversare esili pendii inclinati, larghi poco più di uno scarpone, attraversare gole e cascate anche di grosse dimensioni, alle volte ripide salite che dovevamo superare con l’aiuto delle mani. Per fortuna in nostro aiuto trovavamo dei provvidenziali vecchi bolli e qualche vetusto ometto ricoperto da una coltre di muschio ad indicarci se non la via, almeno che eravamo nella direzione giusta. La nebbia non voleva farci vedere cosa si nascondeva dentro di lei, ma lei non sapeva che io e Roberto avevamo visto tutto dall’alto qualche tempo prima, praticamente eravamo sotto la suggestiva parete del Resetum da un lato, e la parete del monte Dell’asta e del monte Corta dall’altra.

Questo tratto era molto suggestivo, tantissime impronte di cervi e di camosci da tutte le parti, alle volte riuscivamo anche a  individuarli immobili tra i mughi, convinti di non essere visti da noi.

A tratti il torrente Molassa era parecchi metri a picco sotto di noi, e molti traversi su erba bagnata richiedevano particolare attenzione. Continui sali e scendi anche ripidi ci portarono ad attraversare un ulteriore ruscello per approdare poi su un ripido crinale che dovevamo risalire tutto, intercettando sulla destra anche la traccia che arrivava dal bivacco dell’Asta. Assecondato il bivio per l’Asta avevamo continuato a salire rinvenendo tra la boscaglia resti di manufatti di molti anni prima, chissà a cosa e a chi saranno serviti, probabilmente erano dei ricoveri per pastori oppure per il bestiame. Un ultimo strappo e finalmente era finita la ripida salita tra enormi faggi, adesso si apriva un praticello un po’inclinato punteggiato di massi disseminati un po’ qua e un po’ là.

A pochi metri di distanza un po’ più sù rispetto a noi, avevamo la forcella Giaveid purtroppo tra la nebbia; una volta raggiunta per l’effetto di questa, ci sembrava di essere tra le nuvole. Provate a chiudere gli occhi e a proiettarvi  in un qualsiasi posto lontano da tutti i rumori, immaginate nebbia che offusca la natura attorno, ecco, adesso riaprite gli occhi e vi ritrovate su un esile forcella tra mughi e ghiaccio in mezzo alla nebbia e un silenzio assoluto, non ci vorrà molto tempo che arriverà ad abbracciarvi la sensazione di trovarvi in un vortice ovattato e di essere sospesi tra le nuvole. Io e Roberto ci guardavamo attorno nella speranza di carpire qualcosa, ma invano. Sapevamo che da questo punto saremmo riusciti a vedere il Dosaip e il Domanzon, ma niente, solo il bianco della fitta nebbia.

Che rabbia però, rabbia che se né andata subito dopo aver iniziato a scendere il greto innevato e ghiacciato di un rovinoso ruscello, dovevamo prestare particolare attenzione soprattutto sulle pietre lisce con sopra uno strato ghiacciato. Dopo aver sceso anche qualche bel salto del ruscello, siamo usciti dal greto grazie all’aiuto di un acciaccato ometto posto alla nostra sinistra. Entravamo così in un bellissimo bosco e ripidamente seguivamo i pochi bolli che ci aiutavano nella discesa. Anche lungo questa discesa dovevamo attraversare dei tratti molto ripidi e di particolare bellezza, ad essere sinceri la scena molte volte la rubavano degli stupendi esemplari di faggio, alti, grossi, dritti e storti, qualcuno con forme alquanto strane, qualcun’altro con forme di animali mitologici e qualcun altro ancora con le sembianze di orco arrabbiato, chi invece tra le sue radici aveva qualche piccola primula. Nei punti con meno pendenza le foglie ci arrivavano fin oltre le ginocchia, molte volte avevamo rischiato di scivolare su delle radici coperte dalla coltre di foglie secche. 

Finalmente nei pressi del Ru de Tamarat la pendenza si attenuava, e uno squarcio tra gli alberi ci fece notare in lontananza sul versante di fronte a noi la strada costruita dagli alpini nella prima guerra mondiale che portava in forcella Clautana. Continuando a seguire il Ru de Tamarat fin dove un altro ometto ci suggeriva  di guadarlo, e prendendo un’ulteriore salita, arrivavamo in vista dei primi terrazzamenti, entravamo così nelle Tronconere attraversando molteplici muri a secco eretti un tempo dagli uomini per smussare la ripidezza e regalarsi un po’ di  piano per poterli coltivare. Spensieratamente chiacchierando giungevamo alle case purtroppo diroccate delle Tronconere, guardandole attentamente ci era subito balzato all’occhio che un tempo dovevano essere state davvero belle per la cura dei dettagli che gli uomini avevano donato e che queste case ancor oggi mostravano orgogliosamente, anche se il tetto aveva allentato la sua presa sui muri portanti lasciandosi cadere all’interno, in cuor suo evidentemente sapeva che mai più nessuno avrebbe cercato il suo riparo.

Lasciato Roberto sul sentiero, mi avviai verso le case, iniziando a girarci attorno scrutando al loro interno, alla ricerca di un qualcosa, che mi facesse ritornare indietro nel tempo. Non sapevo nemmeno io cosa stessi cercando lì in quel posto tra i ruderi.

Forse ruderi per molti, ma non per me, le percepivo ancora come dimora di chi ci aveva abitato e vissuto molti anni prima. Mi sovvenne così il pensiero che al giorno d’oggi quasi tutti gli escursionisti che transitano in questi paesi disabitati, sorti in questi luoghi ripidi e remoti lontani da tutte le comodità, pensino a chi ci abitava come a dei poveracci dediti solo alla fatica e agli stenti; ma se provassimo a confrontarli al giorno d’oggi con una cassiera di un supermercato di una grande città tutto il giorno in compagnia del “bit bit” del codice a barre passato sul lettore, oppure ad un bancario costretto a stare tutto il giorno dietro al computer, o a un operaio a turni massacranti.

Chi psicologicamente sarebbe il più felice? Chi sarebbe il meno stressato? Io per quanto mi riguarda la risposta la so già…

Mi immagino le sere in queste minuscole borgate, tutti assieme seduti fuori a parlare e nel mentre con le mani producevano qualcosa, con ago e filo se si era donna, con legno se si era maschi, i bambini nel frattempo scorrazzavano schiamazzando attorno alle case, finche l’urlo della loro madre li riportava alla calma prima di coricarsi a letto. Con i bambini a letto i genitori si facevano sempre più vicini, perché di li a poco si sarebbero Amati, d’altronde non avendo tv e strumenti per l’intrattenimento cosa avrebbero potuto fare se non Amarsi di continuo. Le famiglie di un tempo con tanti figli sicuramente mi darebbero ragione. 

Ero uscito dal piccolo gruppo di case e con gli occhi cercavo Roberto, lui era più giù sul sentiero, si stava guardando attorno in silenzio, mi vide e accenno un sorriso, dicendomi poi: “Questi sono i posti che piacciono a te, selvaggi, silenziosi e che parlano del nostro passato”. Mi limitai a sorridegli senza rispondergli. Ci allontanammo dalle case attraversando il ponte sul Ru del Tamarat oramai eravamo in vista della mia auto, sapevamo che la nostra avventura aveva raggiunto l’apice, così guardandoci attorno per rubare alla natura ancora qualche frammento della sua opera e metterlo nel cassetto dei ricordi, avevamo aperto il bagagliaio dell’auto togliendoci lo zaino dalle spalle, per poi partire dopo una stretta di mano, verso la prima osteria che avremmo trovato. Giunti in Panuc più o meno dove partiva i sentiero per casera Valine quattro femmine di cervo immobili ci sbarravano la strada… Non ci poteva essere suggello migliore per mettere l’ultimo punto alla nostra escursione, spento il motore dell’auto aspettavamo che le quattro signore si spostassero per poter continuare a percorrere la nostra via.

Cartina Tabacco 012 e 021

Vorrei aggiungere che era stata una giornata bella in tutti i sensi, avevamo vissuto a stretto contatto con la natura, su terreno raramente frequentato e selvaggio, ragion per questo, consiglierei quest’escursione a persone abituate alla fatica e al muoversi in autonomia su terreno impervio.  

Mi piacerebbe avere la presunzione di dedicare questo mio racconto a tutte le persone che un tempo vivevano nelle Tronconere.

Redatto da Ivan Ursella

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