Uom di Bettigia 22/02/2020

Capita credo a tutti e non solo a me, che guardando il panorama lo sguardo si posi in un punto preciso e la voglia di andare a vedere da vicino di cosa si tratti inizi a crescere come un piccolo germoglio in primavera. La cosa interessante è quando a guardare il panorama ci sono due o più persone, difficilmente verranno attratte dallo stesso punto, ma ci saranno più punti di interesse. Se c’è affiatamento tra le persone che osservano, solitamente inizia una piacevole conversazione di confronto sui punti osservati. Con questo spirito quando sono tra i monti con amici, ascolto le loro proposte proponendo poi le mie e una volta trovato un punto di accordo, si inizia a studiare il percorso da casa sulla cartina.

All’incirca un anno fa con Roberto stavamo attraversando il monte Frate sopra Lesis, discesi poi al rifugio Pradut, con il gestore abbiamo iniziato a parlare della cima appena salita. Mentre io e Roberto ci sorseggiavamo qualche birra, il gestore si era lasciato andare con i racconti delle avventure da lui provate sulle cime sopra il rifugio, facenti parte della lunga catena del Ressetum. Io avevo le orecchie come il lupo di Cappuccetto Rosso, non volevo perdermi una parola dei suoi racconti convinto che avrei potuto prenderne spunto per future escursioni. Ci raccontò della possibilità di Scendere dal versante sud del monte Frate e scendere a Contron (Cellino inferiore) per la Val Bettigia. Usciti dal rifugio e fino all’auto il nome Val Bettigia non mi lasciava in pace, continuava a risuonarmi nella mente, poi passò qualche settimana e questo nome venne riposto in un cassetto della mente. Qualche tempo dopo, parlando con Stefano Morasutto un amico e forte escursionista delle montagne meno note, venni a sapere che aveva attraversato la Val Bettigia e più precisamente era salito sul Uom di Bettigia. Ed ecco che il cassetto dove avevo riposto la curiosità iniziava ad aprirsi svelando la crescita del germoglio della mia avidità di conoscenza. Io e Stefano avevamo scambiato soltanto poche frasi sull’argomento, non volevo saperne molto, volevo cercarmi la via da solo. Circa due mesi fa avevamo tentato la salita attraversando la val Bettigia, però complice la nebbia messa d’accordo con la ripidezza del luogo a sua volta messo d’accordo con il ghiaccio, ritornavamo molto ripidamente sui nostri passi con i ramponi ai piedi. Per rallegrare comunque la sconfitta della ritirata trovai un bel corno di cervo tra i massi del torrente facendo rimanere Roberto a bocca aperta incredulo che fossi riuscito a intravederlo ed estrarlo dai massi. Da quel giorno ci furono varie escursioni e in ognuna di esse usciva sempre il nome Bettigia, inutile dirlo il luogo ci aveva affascinato e non vedevamo l’ora di ritornarci.

Finalmente , per chi legge,  inizio a raccontare la salita al’ Uom di Bettigia uno strano torrione posto su un cucuzzolo tra il monte Cuvil e il monte Frate dove la linea di cresta chiude la valle. E’ mattino presto quando assieme a Roberto attraversiamo la passerella sul Cellina, percorriamo una carrareccia che corre a fianco di una bella casa restaurata con cura, guadiamo un torrente e oltrepassiamo una curva, ed ecco che in lontananza ci appare l’ Uom di Bettigia, fermo immobile come un faro su uno scoglio messo a guida delle barche nella notte. La carrareccia terminava nelle adiacenze di una turbina idroelettrica, alle nostre spalle il Col Nudo e il Provagna ci osservavano in silenzio. Da dietro la Turbina partiva una traccia che saliva a fianco del torrente, il più delle volte sul pendio ma quando questa era franata, dovevamo entrare nel torrente, prestando la massima attenzione allo strato di ghiaccio che ancora resisteva sui massi che dovevamo attraversare. Dovevamo arrivare nel punto dove la volta precedente avevo trovato il corno di cervo, lì avevamo lasciato un segno tra i sassi, in quel punto dovevamo abbandonare il torrente e inerpicarci alla nostra destra aiutati da qualche ometto, qualcuno eretto da noi la volta precedente, e qualcun altro  invece resisteva lì da chissà quanti anni. Subito la pendenza iniziava a farsi sentire, anzi sembrava che ogni dieci passi aumentasse, in breve attraversavamo una zona di schianti, qui perdere la già minima traccia era molto semplice, per fortuna avevamo riconosciuto la grande radice che ci aveva offerto riparo dal freddo mentre facevamo una pausa sul decidere il da farsi la volta precedente. Avevamo ritrovato il nostro per modo di dire bivacco, sapevamo che fino in questo punto eravamo giusti, d’ora in avanti per noi iniziava l’ignoto della nuova scoperta.

Entrambi avevamo letto la relazione di Stefano, però complice il luogo così selvaggio volevamo provare una via alternativa. Detto fatto, usciti dal nostro “bivacco” iniziavamo a salire sempre più ripidamente, la pendenza era davvero elevata, tanto che molte volte schiacciavamo le racchette in profondità a mo di piccozza aggrappandoci alla sua base appena fuori dalla terra per avere una parvenza minima di appiglio. Ci eravamo portati alla base di alcune rocce che non riuscivamo a risalire per la loro verticalità ma soprattutto per la pessima roccia marcia di cui erano composte. Stando alla base di queste rocce, dovevamo aggirarle trovando un punto non troppo impegnativo per risalirle. Se fino in quel momento eravamo saliti su un pendio molto ripido, adesso dovevamo attraversare il ripido pendio.  Le due cose sono un po’ diverse l’una dall’altra…

Di tanto in tanto guardavamo verso il basso ed eravamo consci che per la discesa avremmo dovuto indossare i ramponi anche se non c’era neve. La concentrazione era molto alta, spesso ci dicevamo: “dai, arriviamo fino lì che spiana”, ma giunti lì non spianava un bel niente, anzi la pendenza era presso che uguale. Finalmente dopo un lungo tempo su questo traverso tra qualche scivolata e tante imprecazioni, individuavamo luce chiara e sole tra gli alberi, era il chiaro segno che ci stavamo avvicinando a una forcella e sembrava anche facile da raggiungere. Finalmente giunti nella piccola forcella tra gli alberi, potevamo mettere i piedi in piano, era da qualche ora che non li appoggiavamo correttamente, tanto che le caviglie ci facevano male. Eravamo sulla cresta, adesso dovevamo percorrere verso sinistra il suo esile filo, via di nuovo in salita fino alla estremità di una quota senza nome, da qui finalmente si apriva per la prima volta un panorama spettacolare sui monti che ci circondavano.

La giornata era tersa, il sole riscaldava e il blu quasi accecante ci facevano dimenticare la stanchezza e la tensione accumulata lungo il traverso. La cresta in vari punti era molto esile, non potevamo fidarci molto delle rocce perché erano quasi tutte presso che instabili, alle volte ci veniva la tentazione di aggrapparci a qualche arbusto, tentazione che svaniva subito perché gli arbusti erano praticamente tutti secchi causa un vecchio incendio di qualche anno prima. Quindi con molta calma alle volte acrobaticamente in posizioni non molto eleganti per chi ci avesse guardato, superavamo questi tratti esposti sui due versanti. Continuavamo a percorrere la cresta in un continuo sali scendi, di tanto in tanto facevamo delle piccole soste per scrutare la magnificenza del panorama, finche avevamo raggiunto un punto dove dovevamo scendere per il filo di cresta largo non più di mezzo metro. Questo tratto ci ha impegnati non poco, perché i due lati scendevano molto ripidi e la discesa del tratto era abbastanza rovinosa, con grossi massi che si muovevano. Superato questo tratto, ci attendeva un ripido traverso, una ripida salita e finalmente eravamo nei pressi dell’ Uom, qui un ultima breve salita quasi verticale, aiutati però da dei provvidenziali e rigogliosi mughi aggrappati tenacemente alla roccia, finalmente sbucavamo sulla piccola cima.

La giornata continuava ad essere stupenda, il luogo era di un fascino unico, eravamo sulla cruna di un ago in mezzo a cime rinomate come il Duranno, Crep Nudo, Col Nudo e Ressetum solo per citarne alcuni. Eravamo su un torrione che in molti non sanno nemmeno dell’esistenza, eravamo felici e beati, soli e lontani da tutti, liberi in mezzo alla natura. Dopo aver osservato una possibile via per arrivare sul monte Frate come ci aveva consigliato il gestore del rifugio Pradut, e riempito gli occhi di maestosità, ritornavamo sui nostri passi fino alla forcella, da questa per non rifare il ripido traverso siamo entrati in un canalone, non sapendo che anche questo più in basso ci avrebbe riservato delle sorprese da oltrepassare con attenzione. La giornata non che la nostra avventura stava per volgere verso il termine e noi con una mela in mano attraversavamo  lentamente la passerella sul Cellina. Il rumore provocato dall’acqua aveva il potere di rilassarci e di farci rivivere le emozioni provate durante la giornata e con esse nascevano anche delle piccole riflessioni tipo questa: “Salire sulle cime secondarie e meno blasonate è come leggere un libro di storia, saltando la parte che racconta la vita e le grandi imprese eroiche di un condottiero, ma focalizzandosi sulla storia e la vita dell’ultimo e più semplice soldato. Perché tutti abbiamo una storia da raccontare“…

Pranzo da parte di un branco, singolo o coppia di Lupi ?

Redatto da Ivan Ursella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *