29- 02- 2020 —San Francesco, Monte Venchiar, monte Givoli, stalla Maciuec, forcella Giaf, stalla Sterp, San Francesco:

Prima di partire per questo avventuroso e selvaggio giro io e Roberto avevamo fatto un sopraluogo della zona perché dovevamo capire e  individuare la traccia che sulla cartina era tratteggiata nera. Giunti a San Francesco in Val d’Arzino avevamo capito subito che non sarebbe stato facile individuare la traccia e il punto  di partenza, quindi ci prodigavamo nella ricerca andando su e giù per la stradina che tagliava in due  la piccola borgata. Avevamo chiesto informazioni a un signore che stava lavorando nel suo cortile, le sue indicazioni però erano molto vaghe e non attendibili. Proseguendo nella nostra ricerca abbiamo avuto il piacere di incontrare  un signore un po’ più anziano del precedente che vedendoci transitare nelle adiacenze del suo terreno, ci venne incontro  iniziando così una piacevole conversazione. Non gli volle molto a capire le nostre intenzioni, allora girandosi verso il bosco e allungando il braccio con un dito teso ci indicò la direzione da prendere per la nostra avventura, dicendoci che molti anni prima era salito sulle due cime anche lui ma che ora sentiva il peso degli anni  e che preferiva vivere i ricordi più tosto che della fatica che avrebbe fatto per arrivare sulle due cime. 

Passarono circa due mesi ed eccoci alle sette a Zanets, minuscola borgata di San Francesco,  pronti e carichi per affrontare la nostra escursione, la giornata si preannunciava nuvolosa comunque ideale per quello che volevamo fare. Avevamo ben memorizzato in testa il punto di partenza del sentiero indicatoci dall’anziano la volta precedente e ci era voluto poco tempo per individuarlo nel folto bosco. Entrati nel bosco avevamo percepito immediatamente la linea di confine tra i prati ben curati del paese e il folto della vegetazione, questa inesorabile si stava abbassando per riconquistare sempre più spazio rubatole dall’uomo negli anni passati. Complice il miraggio di una vita migliore e meno faticosa molti se ne erano andati in grandi città lasciando il lavoro di anni dei loro avi in balia del Dio della foresta avido di riconquistare i suoi vecchi territori. Procedevamo cercando di reperire qualche traccia di passaggio, cosa non molto facile, purtroppo molti traversi di ungulati ci traevano in inganno.

Dopo una quindicina di minuti avevamo smarrito le tracce e ci trovavamo sotto un alta parete rocciosa mista ciuffi d’erba, guardando la cartina la traccia di sentiero passava alla sua base, per poi riattraversare la parete più in alto. Se la traccia sulla cartina rispecchiava la realtà, arrampicandoci sulla roccia in verticale, saremmo sbucati nelle adiacenze del sentiero. La ripida paretina ci dava il ben venuto in quelle zone aspre, ma aiutati da qualche zolla d’erba, qualche radice e qualche spuntone roccioso, la attraversavamo in simpatica arrampicata. Raggiunto il suo l’apice proseguivamo dritti per qualche metro, dove davanti a noi trovavamo un piccolo segno di passaggio. Il terreno si faceva un po’ meno aspro però comunque dovevamo fare attenzione nel procedere, vista la scarsa o quasi nulla frequentazione escursionistica della zona. Continuando la nostra selvaggia salita giungevamo alla forcella che divideva il monte Givoli dal monte Venchiar, dietro di noi in fondo alla valle ormai nascosto c’era San Francesco, davanti a noi invece avevamo tutto il Canale di Cuna, la costa Spioleit con lo Sciara, in fondo più lontano la bella mole del Frascola e molti molti altri ancora. Dalla forcella risalivamo verso destra e in breve eravamo sulla cresta che univa i due monti, salendo prima su un ante cima e poi con un ripido strappo raggiungevamo la cima del Venchiar. 

Un originale e bell’ometto di pietra ci dava il benvenuto sulla vetta e per l’occasione aveva indossato il suo cappello migliore, un bellissimo fungo di quelli che crescono sui faggi secchi adornava la sua testa. Da questo punto la visuale tutt’attorno era grandiosa, Potevamo vedere i riflessi del mare, salire sul Cjampon, sul Piombada, sul Verzegnis solo per citarne alcuni, in quel momento avremmo voluto prendere le sembianze di un grifone aprire le ali e scendere verso il mare, attraversando dall’alto la pianura friulana per poi virare verso il golfo di Trieste e ritornare verso nord, verso le nostre catene montuose attraversando confini invisibili posti a caposaldo nella mente delle persone. Adesso smettete di leggere e chiudete gli occhi, se volete aprite le braccia di lato come fanno gli uccelli al vento,  immaginate di alzarvi in aria, sempre più in alto, ancora più in alto adesso il vostro sicuro giaciglio lo vedete dall’alto, il vostro giardino lo vedete dall’alto, e allora ancora più in alto e adesso dopo un primo attimo di smarrimento fatevi portare via e accompagnare dal vento, state iniziando a sognare e questo tutti lo possono fare senza il giudizio di nessuno. 

Finalmente potevamo vedere da una prospettiva diversa tutta la lunga cresta che partiva dal monte Giaf (difronte a noi) e arrivava allo Sciara Piccolo attraversando il monte Agarial, il monte Las Tavuelas e il monte Drea, solo per citare le cime meno frequentate. Era stata anche quella una giornata indimenticabile e memorabile. Dopo queste dovute riflessioni riprendevamo a discendere sui nostri passi per raggiundere prima l’anti cima e poi la forcella che divideva il Venchiar dal Givoli.

Giunti in forcella non dovevamo fare altro che salire sull’elevazione più alta, tracce di passaggio erano sempre più rare, non potevamo comunque sbagliare bastava risalire il ripido versante a occhio più o meno dove i passaggi ci sembravano migliori. La cima del monte Givoli era coperta da bei esemplari di faggi, un piccolo spiazzo lasciato libero da questi sulla sommità, tanto per dare importanza al piccolo monte di avere la punta libera.

Da questo punto dovevamo scendere nel versante opposto, ma una rapida ricognizione ci aveva fatto capire che non c’erano più tracce da poter seguire per la nostra destinazione, stalla Maciuec. Quindi con calma valutando il ripido terreno scendevamo cercando di traversare il pendio verso destra, da subito la severità del luogo era cambiata, in certi punti le zolle d’erba erano quasi verticali ed esposte. Alle volte per evitare dei grossi salti dovevamo risalire di parecchi metri, tanto che a fine giornata il dislivello sarà di oltre la metà in più fatto per raggiungere la cima più alta. Ad un certo punto non avendo più riscontri su dove eravamo, non ci restava che metterci nei panni di chi in stalla Maciuec ci abitava. Fermi sul ripido pendio iniziavamo a ragionare e riflettere, sicuramente almeno che il pastore non avesse avuto un gregge di stambecchi o camosci non sarebbe passato per dove eravamo noi, avrebbe usato un sentiero o almeno una zona più agevole da attraversare, ma soprattutto la stalla doveva sorgere in un pianoro. Quindi di comune accordo iniziavamo ad abbassarci ancora tra vari salti e canali da attraversare con continui  sali scendi di svariati metri. Finche a un centinaio di metri da noi notavamo qualcosa di diverso, un gruppo di pini in mezzo ai faggi, questo era per noi una gran cosa, sapevamo che nei pressi ci sarebbe stata sicuramente la stalla Maciuec e il pendio avrebbe allentato la sua ripidità. Giù veloci ai pini per scrutare i dintorni ma della stalla non se ne parlava, almeno la pendenza si era attenuata un po’, quindi ripartiti e attraversato un canalone un altro gruppetto di pini faceva bella mostra di sé un po’ più avanti, questa volta con a fianco un bel muro di pietra. Raggiunti i ormai ruderi della stalla Maciuec iniziavamo a guardarci in torno, per cercare di immaginare com’era viverci lì, sicuramente senza tutto quel disordine di alberi cresciuti in ordine sparso, ma con l’erba ben tagliata, i muretti a secco di contenimento e qualche albero da frutto, animali domestici a zonzo e magari qualche bambino attaccato alle lunghe gonne della sua mamma.

Dopo aver gironzolato attorno alla casa in cerca di testimonianze ripartivamo continuando ad attraversare a mezza costa, passando una zona dove sui faggi facevano bella mostra di sé dei grandi cespi di vischio, cosa abbastanza insolita da vedere  su quella specie di albero.

La zona era incontaminata sicuramente da decine di anni non ci passava nessuno, se non forse qualche cacciatore. Sotto di noi il torrente Comugna cantava la nenia della sua presenza tra i massi, sapevamo che non era saggio abbassarci tanto, perché saremmo finiti sui salti verticali sopra il torrente. Dopo aver passato altri canali, canaloni e salti rocciosi, una ripida parete ci sbarrava la strada, scendere non potevamo, arrampicarci sulla parete non era saggio, non ci restava che risalire il ripido versante del Venchiar, tenendoci il più possibile verso sinistra per cercare di sbucare sulla forcella tra il Giaf e il Venchiar. Avevamo intuito giusto, tanto che dopo un po’ ci giunse alla vista la forcella. Scegliendo i passaggi migliori evitando dei salti rocciosi raggiungevamo a vista la forcella tra i due monti, finalmente da questa si apriva una finestra su San Francesco e le vallate attorno.

Dopo aver ripreso fiato con molta calma prendevamo  la traccia questa volta marcata verso il rifugio Giaf, dove gli zaini volarono sul tavolone esterno e noi dopo molte ore posavamo il nostro bel didietro su una panca.

Eravamo abbastanza provati, ma non abbastanza stanchi quindi proposi a Roberto di scendere a vedere la grande stalla Sterp. Non se lo fece ripetere due volte, quindi ripresi gli zaini eccoci di nuovo in cammino, questa volta su una mulattiera, la mulattiera che collega il Canale di Cuna a San Francesco passando per sella Giaf. Alla stalla Sterp incontravamo una famiglia di San Vito al Tagliamento di rientro dall’attraversata di tutto il Canale di Cuna, erano le prime persone che incontravamo da molte ore. Iniziò una piacevole conversazione sui luoghi da loro attraversati, ci fecero qualche domanda e poi continuarono per la loro strada salutandoci. Noi invece con calma ci guardavamo attorno, toccavamo i muri della stalla, aspettavamo che la luce del giorno lentamente si abbassasse, per poter godere del silenzio e delle nuove ombre che si stavano formando.

La voglia per me di scendere in Canale di Cuna era tanta, sicuramente anche Roberto se ne accorse però vista l’ora e il lungo percorso che dovevamo fare per tornare all’auto, non era proprio il caso di scendere. Ritornati sui nostri passi, giungevamo di nuovo in casera Giaf, da qui per lunga e per noi conosciuta carrareccia scendevamo alla strada interna di San Francesco, prendendo a destra per il borgo di Gjalinars e arrivando in fine al borgo Zanet per scaricare gli zaini nel bagagliaio dell’auto. Come nelle più belle storie dovevamo chiudere in bellezza la giornata, e come se non in un’ osteria davanti a un buon bicchiere, e allora su da Renzo l’unico locale di San Francesco dove una manciata di anziani del luogo seduta ad un tavolo era intento a raccontarsi storie di quando erano giovani. L’atmosfera si fece subito amichevole così per avidità di conoscenza mi misi a raccontare il giro che avevamo fatto. Questi ascoltavano in silenzio poi uno esordì dicendoci che lui aveva fatto lo stesso giro almeno trent’anni prima e non era stato molto facile perché già a quei tempi era abbandonato da molti anni, ci ringraziò e ci fece i complimenti prima per la nostra avventura, poi per avergli fatto risorgere un ricordo ormai altrimenti assopito. 

Per quanto mi riguarda era stata un’ avventura molto molto bella, chiaramente come avete potuto leggere non eravamo saliti su alte e rinomate cime dove avremmo potuto incontrare altri escursionisti in cerca di quota, ma avevamo salito due piccole cime sconosciute ai più, e scesi in un versante remoto e di non facile accesso,  in una sorta di viaggio interiore alla ricerca del passato e delle nostre radici più remote, perché come incideva su una tavola del “Magic bus”  Christopher Johnson McCandless conosciuto come Alexander Supertramp “ la libertà e la bellezza sono troppo importanti per lasciarsele sfuggire”.

A questo punto dedico a lui questa nostra uscita “Nella natura  selvaggia”. 

ATTENZIONE : Per chi volesse fare questo giro, ricordo che non esiste sentiero CAI, si va avanti per tracce ed è molto facile seguire la traccia sbagliata, in certi punti è molto ripido ed esposto, ci vuole una conoscenza minima del territorio e saper leggere la cartina Tabacco.

Redatto da Ivan Ursella

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