Monte Spic Val Resia: Into The Wild: uscita del 13/06/20

Nell’ultimo anno un po’ per lavoro un po’ per svago ho attraversato la Val Resia abbastanza spesso, questo non che mi dispiacesse, anzi. Dalla statale entrando nella valle ho sempre avuto la sensazione di venire  catapultato in un luogo selvaggio e tutto da scoprire: alte e impervie cime, boschi a perdita d’occhio, ruscelli, torrenti impetuosi e agitati dove d’estate molti migranti ritornano a cercare un po’ di refrigerio immergendoci i piedi nelle loro gelide acque. Ma c’è un’ altra cosa che mi ha colpito e incuriosito, la lingua o il dialetto parlato solo ed esclusivamente in questa valle, è un miscuglio melodico di suoni che ricordano i lontani paesi dell’est. In poche parole è una valle tutta da esplorare e da scoprire perché di segreti nascosti ne ha molti, ed è un peccato che questi rimangano nell’oblio dei suoi ripidi versanti scoscesi e a prima vista non accessibili. 

Ogni volta che abbandonavo la statale per addentrarmi a destra nella vallata, il mio sguardo si posava sempre su una piccola quanto aguzza cima, mai non la oltrepassavo, mai non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso, metaforicamente era come se con il suo sguardo cercasse di ammaliarmi, forse sfoderava il suo magnetismo per contrastare la bellezza e l’altezza delle sue sorelle maggiori alle sue spalle. I giorni passavano e la voglia di scalarla cresceva quindi dovevo in qualche modo soddisfare questa mia curiosità, e visto che per il pomeriggio dell’ indomani  prevedevano annuvolamenti, proposi ai miei soliti compagni l’impresa.  Con sommo piacere mi risposero di sì entusiasti, saremmo saliti finalmente sullo Spic di Resia!

 Il giorno dopo verso le sei e trenta transitavamo per Povici diretti al parcheggio, usciti dall’auto l’urlo quasi assordante del Rio Resàrtico padroneggiava su tutto, senza perdere tempo ci siamo incamminati lungo la strada che porta alla miniera, abbandonandola quasi subito per salire ripidamente ed entrare nel bosco sulla sinistra alla ricerca di qualche traccia di passaggio. Non ci volle molto a individuare i primi tagli sugli alberi segno che qualcuno c’era già passato, l’importante era capire se erano i segni giusti per la nostra meta. In più di qualche occasione abbiamo incrociato qualche traccia ben marcata di sentiero, probabilmente di cacciatori oppure di animali. Il bosco terminava in prossimità dell’inizio di un ripido ghiaione, eravamo in un anfiteatro di anguste e selvagge cime e individuare la nostra meta, non era molto facile, con pazienza e caparbietà salivamo zigzagando sul ripido ghiaione, cercando di essere leggeri per non sprofondare con i piedi tra le ghiaie.

Il luogo era davvero selvaggio con a tratti alte pareti verticali, si percepiva sulla pelle la solitudine di questo posto,  sicuramente  sono poche le persone che ci transitano. Un tratto del ghiaione complice la luce del sole, si era tinto di rosa dando un tocco meno severo a tutto il luogo, comunque più salivamo e più la pendenza aumentava. Dovevamo prestare attenzione ad abbandonare il ghiaione in corrispondenza di un canale sulla sinistra che ci avrebbe portato sulla cima. Individuato il canale senza grosse difficoltà abbiamo iniziato a risalirlo, accorgendoci subito di quanto angusto e friabile fosse, per primo abbiamo salito due brevi salti verticali, poi su terreno più facile ma sempre molto ripido abbiamo continuato a salire attraversando due traversi di quelli che” buttano in fuori” cioè il peso del corpo viene spinto verso il vuoto.

Eccoci sulla cresta sommersi dagli immancabili Santi mughi, adesso non ci restava che seguire l’aerea cresta calandoci o da un lato o dall’altro dove si faceva troppo sottile e ardita. Raggiunta la cima dello Spic siamo scesi di qualche metro dove qualcuno ha costruito un bell’ometto verso il ripido versante di Povici. Bella sosta in cima, dove anche la nebbia si era diradata per permetterci di osservare lo spettacolare panorama attorno.

Con nostra sorpresa mentre la nebbia si stava diradando, e il sole alle nostre spalle proiettava i suoi raggi sui nostri corpi, venne a trovarci la Gloria o lo spettro di Brocken, anche se è soltanto un effetto ottico è sempre un grande dono e una grande emozione.

Dopo l’ennesimo sguardo tutt’attorno ci siamo incamminati sulla via del ritorno, prestando attenzione fino alla base del canalino, una volta raggiunto la base e il ghiaione non ci restava che riattraversarlo tutto per poi entrare di nuovo nel bosco. Raggiunto il bosco abbiamo deciso di percorrere una delle tante tracce che lo attraversavano, scelta azzeccatissima perché questa traccia ci ha fatto uscire in un prato a qualche metro dall’auto. Per festeggiare ci voleva qualche birra e allora non ci restava che scendere di qualche chilometro e attraversare la statale, il locale che avevamo scelto era proprio di fronte allo Spic che avevamo appena salito. Poche ore prima eravamo sulla sua cima e adesso la stavamo guardando dal basso e ci sembrava ancora più bella del solito, forse perché finalmente qualcuno aveva ceduto al suo ammaliante richiamo e l’aveva  salita.  

P.s. Per salire sullo Spic non esiste un vero e proprio sentiero, quindi attenzione all’orientamento, la parte dopo il ghiaione è molto friabile impervia ed esposta richiede passo sicuro e disinvoltura nel muoversi in ambienti molto selvaggi.

Redatto da Ivan Ursella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *