Monte Celorum : 21/06/2020

Il monte Celorum l’ho visto per la prima volta qualche anno fa, quando ho portato in quel che resta della casera Naiarduzza mio figlio più piccolo. Le sue placconate ripide e possenti sopra la casera avevano attirato la mia attenzione, così con cartina alla mano avevo cercato di dare un nome a questo gigante, ma con mia delusione, sulla mappa c’era solo la sua quota, ma non il suo nome. Praticamente avevo trovato tutti i nomi delle lunga cresta che parte a ovest del passo Rest, vetta Feletta, Costa di Paladin, m. Mugnol, m. Tamaruz, qualche cima senza nome, poi il m. Naiarda e il Cimon di Agar. Volevo sapere se la prima quota (mt. 1950) dopo il m. Tamaruz avesse avuto un nome, non trovandolo sulla cartina dovevo provare a chiedere a qualche anziano del posto o a qualche cacciatore. Fortuna volle che lo stesso giorno di ritorno dalla casera Naiarduzza, all’altezza della bella casera Venchiareit, un gruppo di cacciatori stesse preparandosi per il ritorno in paese, questi vedendoci alzarono il braccio in segno di saluto, non persi l’occasione e mi avvicinai a loro, scambiammo quattro chiacchiere e quando fu il momento porsi loro la mia domanda per far tacere la mia curiosità. E’ il Lastreit di Nearduzza disse uno, e un altro oppure lo chiamiamo m. Celorum, ecco questo mi era sufficiente per iniziare una ricerca e sapere qualcosa in più su di Lui. Passò qualche anno e passò anche qualche cima, il Celorum lo avevo accantonato in un angolo ma di tanto in tanto il suo ricordo affiorava per poi ritornare nell’angolo, però qualche settimana fa io e Roberto ci siamo trovati per caso seduti sull’estremità più alta del Cimon di Agar con lo sguardo verso le possenti lastre inclinate del  Celorum. Dallo sguardo interessato di Roberto, capii che interessava anche a lui salirlo, quindi un messaggio a Stefano che sapevo lo aveva salito svariati anni fa, per avere la conferma che la via di salita che avevamo individuato fosse quella giusta e domenica 21 giugno all’albeggiare parcheggiavamo le auto in passo Rest. 

All’ appuntamento eravamo i soliti, Roberto, Gianfranco, Dino ed io, dovevamo percorrere la lunga carareccia fino in casera Venchiareit e da questa arrivare a ciò che rimaneva della casera Naiarduzza.

Fino in Naiarduzza era stata una tranquilla anche se lunga passeggiata, ma da oltre la casera il terreno iniziava ad impennarsi fino a raggiungere le oblique  ed enormi placche. Una sosta nel pascolo della casera era d’obbligo, era davvero un luogo spettacolare che metteva serenità, la sosta ci serviva anche per capire come procedere, visto che non esisteva un sentiero per la cima, e non c’erano nemmeno labili tracce da seguire. L’unica cosa da fare era di salire alla base delle ripide placche e da lì cercare un punto debole per salirle. Visto la ripidità del terreno guadagnavamo quota abbastanza rapidamente tanto da nemmeno renderci conto quando abbiamo messo le mani sulla fresca roccia, tutti e quattro ci siamo ritrovati con il naso all’insù a scrutare le enormi  e ripide lastre rocciose, proprio in quell’attimo di enfasi, Dino esordì con una frase: “e per fortuna che qualcuno mi aveva detto che non era ripido!” “chi ti ha detto una cosa simile” risposi io beffardo sorridendogli.

Non mi dilungherò a descrivere la via di salita, perché chi vorrà provare a salirci dovrà divertirsi a cercarsela da solo, dico solo che io, Dino e Roberto siamo saliti da una parte, Gianfranco ha voluto salire da un’ altra.

Lo spettacolo dalla cima è stupendo e spettacolare, la vista spaziava dal mare alle Dolomiti Friulane, dalle Carniche alle Giulie.

Dopo una lauta pausa siamo scesi non prima di esserci girati e rigirati attorno svariate volte per imprimere nel cassetto dei ricordi la bellezza che avevamo di fronte. Lungo la ripida discesa procedevamo lentamente e con attenzione aggrappandoci ai mughi quando serviva il loro aiuto. Arrivati alla base dei lastroni, per non tornare in malga Naiarduzza, e credendo di tagliare un po’ di strada, abbiamo deciso di attraversare il pendio a destra puntando una linea immaginaria verso casera Venchiareit. Probabilmente qualche metro lo abbiamo guadagnato, ma ci siamo scannati per attraversare un interminabile macchia di mughi molto alti e rigogliosi, l’unica cosa che dovevamo fare perché la lotta era impari, era quella di camminare in equilibrio sui rami, proseguendo facendoci dondolare.

Dopo varie imprecazioni, cadute e aggrovigliamenti, siamo sbucati poco sopra la casera Venchiareit, a questo punto per non rifare almeno un pezzo di strada fatta alla mattina, abbiamo preso il sentiero per forca Mugnol e da lì poi scesi sulla lunga e a detta di qualcuno un po’ noiosa carareccia per il passo Rest.

La giornata stava per volgere al termine, eravamo saliti su una bellissima cima che poche persone conoscono, avevamo attraversato un tratto delle placche dove dei sassi di un altro materiale si erano fusi con esse, regalandoci uno spettacolo mai visto da nessun’ altra  parte e per questo eravamo molto grati.

Un’altra volta la Val Tramontina ci aveva svelato i suoi segreti, segreti per gli occhi di chi sa coglierli. 

Cartina Tabacco 028

P.S.: escursione con un avvicinamento molto lungo, salita ripida a tratti esposta alla cima, senza sentiero o tracce, noi abbiamo cercato di porre la massima attenzione cercando di non lasciare segni del nostro passaggio per non rovinare una natura pressochè incontaminata.

Redatto con amore e passione da Ivan Ursella

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