Aquila del Frascola: Uscita del 25/10/20

Bundì Roberto, sembra che domenica ci sarà una finestra di bel tempo, cosa dici organizziamo qualcosa? Certo Ivan si può fare, potremmo salire  sull’ Aquila del Frascola? Queste due frasi scritte su whatsapp  prevventivavano l’inizio della nostra escursione. Con un occhio al meteo e la mente alla nostra escursione, i giorni scorrevano con il loro solito tran tran quotidiano in attesa del giorno prescelto. Finalmente domenica mattina alle 5 e 30 i fari dell’ auto di Roberto illuminavano il mio cortile, un rapido saluto tra di noi e poi via sulla strada per la Val Tramontina. Attraversavamo paesi dormienti ancora stretti nell’abbraccio tetro della penombra che molto lentamente si stava scansando per far spazio alla luce di un nuovo giorno. Nei pressi della Val Tramontina la solita nebbia dava un tocco fiabesco al paesaggio che stavamo attraversando. Oltrepassato l’abitato di Tramonti di Sopra parcheggiavamo l’ auto poco prima di Maleon, in uno spiazzo proprio di fronte all’imbocco del sentiero CAI 377 per malga Chiampis e il monte Frascola.

Non mi dilungherò nel parlare di questo sentiero, visto che è perfettamente segnalato e abbastanza frequentato, in più è di una bellezza disarmante, quindi mi sembra più corretto che l’escursionista si sobbarchi la fatica e vada a scoprire il perché parlo di tanta bellezza. Forre, pozze, marmitte, cascate e alti torrioni ci accompagnavano durante la salita.

A un occhio attento non poteva sfuggire la presenza di manufatti creati un tempo dall’ uomo, per riparo e per avere un minimo di comodità, ormai ridotti a mucchi di sassi mimetizzati sotto una coltre di spesso muschio verde brillante. “Nei tratti dove il sentiero perde in pendenza e inizia a spianare, ormai lontani qualche ora dall’abitato,  potrebbe capitare di sentire delle voci oppure di sentirsi chiamare, o di sentire qualche parola qua e là portata dal vento o uscire dal torrente Viellia, non bisogna però preoccuparsi per queste, sono soltanto le voci di chi non c’è più e vengono a raccontarci di quanto bella era un tempo questa vallata. Da questo punto e fino in malga Chiampis, non sarete più soli, perché loro vi accompagneranno restando al vostro fianco, continuando a raccontarvi di come vivevano serenamente e in simbiosi con il creato. Uscire poi dal bosco per entrare nella spianata di Chiampis sarà un’ emozione unica perché si verrà contornati da bellissime cime, come la Costa di Paladin, il m. Tamaruz, il m. Frascola con la bella forcella del Bec, o il m. Gjavon ecc. ecc”. Lentamente attraversavamo tutta la piana come se fossimo alla ricerca di carpire qualche segreto nascosto, poi arrivati in casera ci siamo stravaccati sul tavolato posto all’esterno.

Qui con lo sguardo assorto tra le cime attorno ci croggiolavamo riscaldati da tiepidi e timidi raggi del sole. Vedevo la felicità trasparire dagli occhi di Roberto, il suo sguardo era perso verso l’ Aquila che di lì a poco avrebbe salito, con il dito di una mano e il braccio teso disegnava nell’etere il profilo dell’ imponente volatile pietrificato. Non volevamo andarcene dalla piana di Chiampis, stavamo troppo bene, perché era davvero un luogo che metteva pace tra i pensieri, con un’ energia speciale.

Ripresi gli zaini ricominciavamo a salire lungo il nostro sentiero diventato adesso sentiero CAI 386, arrivando in breve tempo alla forcella del Frascola riconoscibile per via di una piccola croce blu.

Nel medesimo istante una pesante coltre di nebbia si posò coprendo le cime attorno nascondendo al suo interno anche l’ Aquila, la nostra meta. Proseguire visto che non si vedeva nulla sarebbe stato inutile secondo Roberto, che stava lasciandosi sopraffare dalla malinconia. Però dopo le mie ripetute insistenze si lasciò convincere a riprendere la salita verso sinistra, lungo uno spartiacque esile ma comunque ricoperto di mughi. Per attraversare questo tratto non bisognava soffrire di vertigini,  visto il vuoto sulla destra e il vuoto camuffato dai mughi sulla sinistra. In vari punti dei rami di mugo erano stati tagliati questo ci aiutava e dava conforto nel proseguire. Districati finalmente dai mughi, passavamo in leggera salita a fianco di una roccia lunga una quindicina di metri, per poi giunti alla sua fine vedere alla nostra destra la parete vera e propria che dovevamo salire. Tra noi e la salita però c’ era una spaccatura più o meno larga un metro e abbastanza profonda da farci sentire un nodo in gola. Con un passo leggermente più lungo del normale aterravamo oltre la spaccatura su un grosso masso incastrato che divideva le due pareti. Dopo qualche passo  eravamo sotto la quasi verticale parete che dovevamo salire. La nebbia inesorabilmente continuava ad avvolgerci e la parete era di conseguenza molto umida per non dire bagnata. Avrei voluto salirla direttamente come avevo fatto qualche anno prima, per portare Roberto nel vuoto ma non era il caso visto i passaggi di primo e forse secondo grado che avremmo dovuto affrontare. Dovevamo salire per una via  diversa e più sicura. Fermi sul masso scrutavamo la parete, individuando dopo un attimo un piccolo bollo rosso sulla destra. Il piccolo bollo segnava l’ inizio di un’ esile cengia, abbastanza larga comunque da passare con un piede alla volta, per poi entrare in una specie di ripido canalino tra erba e rocce sporgenti, il tutto contornato da fitti mughi che allungavano i loro rami per aiutarci a salire. Arrivare sulla cima era stato comunque molto veloce, la felicità era ritornata ad impadronirsi di Roberto, purtroppo la visuale era pressochè nulla in tutte le direzioni.

Dopo la classica stretta di mano e le foto di rito, ritornavamo sui nostri passi fino al masso incastrato alla base della parete, qui invece di rifare il salto fatto all’andata, siamo scesi sotto il masso. Entrando in un bel quanto strano corridoio che sembrava spianato, diviso dalle due alte pareti, percorrendolo in discesa per una quindicina di metri, per poi salire di qualche metro la paretina alla nostra destra e sbucare di nuovo sopra lo spartiacque ingombro di mughi.

Da questo punto in poi siamo rientrati sulla traccia fatta in precedenza arrivando alla croce blu della forcella del Frascola. Per non rientrare dallo stesso sentiero, abbiamo deciso di procedere lungo il sentiero CAI 386 passando per stalle Gjavons prima e Frassaneit dopo.

La discesa era sì ripida ma in compenso il panorama attorno era mozzafiato. Raggiunto Frassaneit non ci restava che seguire la bella mulattiera fino a Tramonti di Sopra, poi attraversare il paese per arrivare a Maleon dove avevamo parcheggiato. Attraversavamo il paese ormai immerso nell’oscurità della sera, scesa un’ ora prima del solito e gli ultimi metri che ci dividevano dall’ auto i nostri piedi dentro gli scarponi ci chiedevano:” perché”? Non ci restava che salire in auto scendere a Redona da Michele per festeggiare, fargli vedere la prova che eravamo stati sull’ Aquila e ricevere come ricordo una spilla con raffigurata proprio Lei.  Cartina Tabacco 028 

P.S. non è un’escursione da prendere sotto gamba, è molto lunga, faticosa e impegnativa, in compenso che posti però… Come già detto più volte, la Val Tramontina non può essere famosa solo per le pozze, ma basta guardarsi intorno, possibilmente in silenzio per capire che è molto di più…    

REDATO DA IVAN URSELLA                                                                                          

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