La settimana scorsa, dopo aver salito Cima Laste con l’intenzione, fino all’ultima curva, di salire il Monte Cornaget, io e Roberto non avevamo dubbi su quale cima salire, due messaggi solamente per metterci d’accordo sull’ora dell’ incontro erano stati sufficienti.

Come al solito l’incontro era previsto per le 5, alle 4 e 45 io e Roberto eravamo già in strada e diretti verso Claut; giunti nei pressi del paesino abbiamo svoltato  per la Val Settimana, proseguendo per 6 km e mezzo, fino a che un divieto di accesso ci obbligava a parcheggiare a bordo strada. Raccolte le nostre masserizie ci siamo avviati oltre il segnale di divieto posto al centro, ci aspettavano all’incirca 7 km di strada asfaltata  prima di imboccare il nostro sentiero. Dopo pochi minuti si è mostrato a noi il perché di quel divieto di accesso:  

una grossa voragine si era ingoiata parecchi metri di strada portandola giù molto più sotto tra le acque del torrente Settimana.  Sorpassato questo tratto, salendo sul costone franoso  a sinistra e ritornando poi sulla strada,  qualche centinaio di metri più avanti, abbiamo incontrato  un’altra interruzione. Superato anche questo, per il restante tragitto fino all’imbocco del nostro sentiero, è andato tutto liscio a parte qualche modesta frana a qualche albero abbattuto sull’asfalto. Solitamente, soprattutto nel periodo estivo, su questa percorso, è un continuo andirivieni di auto e di escursionisti a piedi:  adesso invece era tutto vuoto, non c’era nessuno… Se non dovessero aggiustare la strada, in breve tempo la vallata cadrebbe nell’oblio della dimenticanza e dell’abbandono e solamente i veri escursionisti appassionati percorrerebbero questa stupenda  e selvaggia valle. Dopo un ponticello abbiamo imboccato il sentiero CAI N’ 375 sulla sinistra entrando in Val della Meda, seguendolo ci avrebbe portato al bivacco Anita Goitan. 

 Inizialmente il sentiero era pianeggiante poi cominciava dolcemente ad alzarsi tra alti alberi, per poi impennarsi ancora di più. Per un lungo tratto la pendenza del sentiero è stata nostra fedele compagna.

Il bivacco Anita Goitan sembrava non arrivare mai! Ad un certo punto della salita, notato un pianoro sopra di noi, credevamo di essere finalmente arrivati, ma giunti lì  del bivacco non c’era neanche l’ombra. Dovevamo salire ancora, finché non abbiamo raggiunto un posto da fiaba con il bivacco e, finalmente,  potevamo fare una pausa con lo zaino a  terra. Il luogo era un incanto e da dove ci siamo fermati, guardando verso valle,  potevamo capire quanto dislivello avessimo già fatto. Scrutavamo in lontananza il lato sud del Pramaggiore, riuscivamo a distinguere bene il pianoro dove sorgeva la bella casera Pramaggiore, continuavamo a osservare tutto quello che ci circondava e con la cartina alla mano cercavamo di dare un nome a tutti i monti attorno. Tutto era immerso in un profondo e quasi inquietante silenzio. Complice la strada non agibile, quel  il luogo si sta lentamente inselvatichendo tenendo lontano la massa di persone non dedite alla fatica, la natura e gli animali iniziano a reimpossessarsi di quello che un tempo era loro. Ripiegata la cartina e raccolto lo zaino, siamo ripartiti verso sud per attraversare il Ciadin della Meda. Da quel punto in poi non avremmo più avuto i segni del CAI, il sentiero ufficiale, infatti, finiva al bivacco Anita Goitan.  

Per questo abbiamo percorso il sentiero con maggior cura, attenti nell’ individuare sparute tracce, fortunatamente nei punti più critici spuntava quasi sempre un omino un po’ mal concio ad indicarci la via. In segno di gratitudine verso quest’omino malconcio noi abbiamo sempre provveduto a rinforzarlo e ad alzarlo con nuove pietre, per donargli nuovo vigore. In breve siamo passati di fianco alla Torre della Meda e mentre noi camminavamo su un piano leggermente inclinato disseminato da enormi pietre vedevamo:  alla destra la grande mole del Cimon delle Tempie, davanti la grande mole del Cornaget e di cima Podestine e in lontananza sulla sinistra forcella della Meda. Continuavamo a procedere lentamente con passo pesante per contemplare e mettere nello scrigno dello spirito questo luogo a parer nostro stupendo. In questo tratto gli omini erano molto carenti, anzi dire carenti è già troppo, praticamente se ne erano andati tutti. Per questo, distanziandoci, attraversavamo tutto il Ciadin tenendoci leggermente a destra per poi calarci in una conca con alla base ancora una bella lingua di neve che, a denti stretti, cercava di resistere al caldo sole di un agosto afoso. Dopo aver attraversato il pezzo con la neve, finalmente davanti a noi faceva bella mostra di sé un grosso omino! A questo punto sapevamo di essere sulla strada giusta, adesso dovevamo risalire ripidamente il malagevole tratto franoso che ci avrebbe portato in forcella Savalon.

Zigzagando per tagliare il ripido pendio finalmente arrivavamo in forcella Savalon e la visuale si apriva anche dall’ altro lato. Il Duranno in lontananza faceva bella mostra di sé, ovviamente come il suo solito aveva la testa fra le nuvole. Dalla forcella dovevamo salire la placconata inclinata del Cornaget, sempre con attenzione cercando qualche esile traccia di passaggio, cosa non facile visto il continuo movimento del terreno accidentato. Quindi con calma e con varie soste per scrutare i punti migliori per procedere, avanzavamo tra canalini e placche inclinate, da superare in leggera arrampicata. Attraversavamo tratti esposti ma non difficili, costruendo di tanto in tanto qualche provvidenziale omino che ci sarebbe servito a orientarci per la discesa. La cima era sempre più vicina, sbucando da una placca mettevamo i piedi su un aerea cengia,  più che altro era una spaccatura che tagliava obliquamente tutta la placconata del monte e anche se stretta era ben percorribile. Seguendola per qualche decina di metri ci portava sulla cima del Cornaget.

Per prima cosa io e Roberto ci siamo stretti la mano congratulandoci l’un l’altro, dopo di che ognuno si è perso nei propri sogni scrutando le cime attorno. In brevissimo tempo delle folti e spesse nuvole ci hanno avvolto, coprendo tutto ai nostri occhi e facendoci credere di essere sospesi in un vortice ovattato e silenzioso. Spostando un paio di pietre dall’omino di vetta abbiamo recuperato il libricino delle firme scoprendo che l’ultima firma era datata 20/10/18 nove giorni prima della tempesta Adrian o più comunemente chiamata Vaia del 29/10/18 quando le acque del torrente Settimana si erano ingoiate la strada. Firmato, chiuso ermeticamente, rimesso via il libretto e raccolti gli zaini ci apprestavamo con attenzione a scendere per la via dell’andata. La discesa è stata veloce grazie agli omini da noi costruiti che ci guidavano senza farci perdere troppo tempo alla ricerca dei passaggi migliori; in breve tempo eravamo alla base delle rocce, in forcella Savalon. Senza accorgercene abbiamo sceso il ripido tratto franoso e siamo arrivati nel Ciadin della Meda. Superato il tratto con la lingua di neve e risalito il pianoro con a fianco la bella mole di Torre della Meda, se non avessimo dovuto fare i sette chilometri di strada asfaltata per il ritorno all’auto, avrei proposto a Roberto di salire anche sulla cima di quest’ultima: saggiamente ho preferito starmene zitto pensando magari di ritornarci assieme in futuro. Spensieratamente scendevamo e continuavamo a scendere sull’interminabile sentiero dentro al bosco, accorgendoci solamente in quel momento di quanto ripido fosse stato quel tratto salito poche ore prima. Giunti all’inizio del sentiero CAI 735 che avevamo imboccato alla mattina, rimettevamo i piedi sull’asfalto, ci mancavano i sette chilometri di strada prima di arrivare all’auto, non prima però di essere andati a vedere la bella cascata del Ciol de Pess. Enormi sassi erano disseminati alla base della cascata, abbiamo scelto un sasso a testa e ci siamo seduti mettendoci in ascolto della sua voce e dei suoi racconti; piccole goccioline d’acqua arrivavano fino a noi portandoci refrigerio e facendoci dimenticare la fatica che avevamo accumulato durante l’intera giornata. Era stata una giornata molto bella e ricca di emozioni, soprattutto l’essere avvolti e abbracciati dal silenzio. Un silenzio simile lo avevo provato soltanto tra le dune del deserto marocchino un po’ di anni fa. E’ un silenzio che alle volte potrebbe far paura, soprattutto alle persone che non sono abituate a gestire la solitudine. Ci siamo sentiti fortunati per quel che avevamo vissuto in un luogo selvaggio e incontaminato. Per chiudere e mettere un degno sigillo alla giornata, mancava un’ ulteriore cosa da fare, berci un paio di birre al bar k2 di Claut in onore del Cornaget, dei monti attorno, di noi e alla futura rinascita della Val Settimana.

Cartina Tabacco 021


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